di Attila Piccolo
" Di che lagrime gronda e di che sangue la scrittura " ( U. FOSCOLO )
Non
é inopportuna la metafora " sangue " perchè lo scrivere è un atto di
suzione del sangue non certo di quello che scorre nelle vene ma quello
che scorre nelle arterie della Vita, del Sogno, della Fantasia, dell'Immaginario.
Chi scrive è un vampiro, assetato di sangue di ciò
che è " altro da sè " ma che poi finisce per incorporare. Inutile dire
che lo scrivente o scrittore è un vampiro buono, cioè che non uccide.
Anzi dà a sua volta " linfa e sangue " alla vittima della sua
aggressione, consumabile in ogni ora ed in ogni luogo anche in facebook.
Anche
questa citazione si addice al contesto:
" Così fredda, così dura, così
prosciugata, così totalmente disanimata..." (G. Ungaretti )
Medesime
conclusioni come sopra...
Ogni " fare" acquista un senso in quanto
si tramuta in un "dire" in un "significare" o forse anche soltanto in
un "alludere".
Naturalmente vi é una comunicazione "semplice e
quotidiana" che é quella a cui noi tutti ricorriamo in ogni istante
nella grande e nella piccola storia di esseri umani.
E ve n'é un' altra,
più complessa e sfuggente, quella che c'interessa ora in questa sede
che è la comunicazione scritta.
Grande mistero quest'ultimo e di non
facile esegesi, visti i risultati alla lettera
quotidianamente...proviamo a scandagliare.
Comunicare
che deriva dal latino "communis" che significa "comune", vuol dire
"rendere comune un'informazione" metterla in comune con gli altri, un
rapporto tra soggetti .
Io posso trasmettere a chiunque un
certo messaggio ma non sono sicuro che quel messaggio sia stato ricevuto
o ancor di più capito .
La trasmissione può rivelarsi inutile ed
infruttuosa, la comunicazione comporta un rapporto fra tutti i soggetti
che la rendono possibile perchè nella comunicazione non pesa tanto la
relazione con il reale quanto la relazione tra emittente e ricevente in
rapporto al reale.
" In sostanza, i soggetti che
comunicano mettono in comune una determinata visione del mondo;
attraverso la comunicazione il mondo acquista significato, tanti
significati possibili quante sono le comunicazioni possibili." (G.
Arena)
Dal momento quindi che la comunicazione si occupa di
significati e non di dati, come è tipico invece dell'informazione, è
evidente che la possibilità di toccare dimensioni non razionali...ed é
accaduto ieri sera...di sollecitare l'emotività, di irrompere nel
soggettivo è implicita nel processo del comunicare.
" Il mondo è una mia rappresentazione" ecco una verità valida per ogni essere vivente e pensante (A.Schopenhauer )
"
Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione
di modo che il secondo classifica il primo ed è
quindi metacomunicazione." (P. Watzlawick )
Scrive al riguardo
Antony De Mello " I sentimenti negativi sono dentro di Voi non nella
realtà..quando Voi cambiate, tutto cambia."
Una breve storia sulla comunicazione...
"
Alcuni tagliatori di marmo sono intenti a svolgere il loro compito :
tagliare il marmo della cava in blocchi.
Un tale si accosta e
rivolgendosi ad uno di loro, chiede che cosa stia facendo.
Quello,
piuttosto seccato, risponde. risponde " sto tagliando dei blocchi
di marmo".
Accostandosi a un altro e formulando la stessa domanda,
riceve quest'altra risposta: sto facendo la mia parte nella costruzione
di una grande cattedrale".
Occorre creare una visione,
trasferirla, significa, suggerisce la storiella, attribuire un senso
agli sforzi dell'oggi, fornire una chiave di lettura all'azione cui
la meta dà significato.
" L' uomo ha bisogno di tensione e
soprattutto ha bisogno e gli è benefica quella tensione che si
stabilisce nel campo di forza polare fra sè e uno scopo che si prefigge,
un compito che si sceglie, oppure per dirla come Karl Jaspers: " Una
cosa che egli fa sua ".
La mappa non è il territorio, la mappa di
ogni individuo è formata dalle rappresentazioni sensoriali personali,
la mappa di un individuo struttura, condiziona la sua esperienza
nel mondo, nella vita, la mappa quindi non è il territorio (la mappa del
bosco non è il bosco).
Qui a partire dalla storiella del marmo stiamo
facendo P.N.L.
Perchè la P.N.L. parte non dalla
realtà ma dagli esempi per insegnare e trasferire l'eccellenza per il
conseguimento degli obiettivi, facendo "esperienza " e capitalizzando
il positivo ed il negativo...allenando le proprie abilità personali
sino a farle diventare automatiche esattamente come accade
nell'apprendimento e nella pratica delle arti marziali, chi le svolge è
già allineato su queste dinamiche di P. N. L.
Pertanto nella
P.N.L. per conseguire l'eccellenza ed il raggiugimento degli
obiettivi, occorre osservazione fisiologica delle persone nella
comunicazione ed esercizio, tanto esercizio come nelle arti marziali.
La
critica deve avere un valore ermeneutico non "metasememi" con figure
di significato tendenti ad uno spostamento di senso, nè significati di
"metalogismi" con figure di pensiero o operazioni che modificano il
significato di una dittologia in " ironia o paradosso" , inoltre avere
un ancoraggio di stati d'animo produttivi, il processo d'ancoraggio é
designato ad associare uno stimolo ad una particolare esperienza,
arrivando allo stato d'animo che c'interessa ancorare attraverso il
richiamo di un'esperienza personale già sperimentata in maniera forte,
la mia personale ed altro non avere che " in nuce" cioè " in germe "
un meccanismo per raggiungere l'eccellenza !!!
"
Sono in Noi il bene e il male e che la possibilità di agirli entrambi
pertiene soltanto al nostro libero arbitrio." (Aldo Carotenuto-
giornalista de Il Messaggero in un articolo del 20 LUGLIO 2004 :
" Un
simbolo delle nostre penombre" che si avvale di un "approccio
psicoanalitico" per cercare di capire quali meccanismi inconsci scattino
dinanzi a casi che Freud inserisce nella categoria del "perturbante"
non per desiderio di verità bensì per padroneggiare, il "vedere"
(meccanismo tipico della nostra psiche) "ciò che più ci spaventa" e
cioè che all'improvviso ognuno di Noi può scoprirsi totalmente "altro"
da sè stesso...
Allora dobbiamo prendere in esame la
parola "struttura" che deriva dal sostantivo latino "structura" che
significa "costruzione" e "ordinamento" , dal verbo latino "struo"
"costruire".
Essa, la struttura, scrive Lévi-Strauss indica "un
sistema, retto da una coesione interna che si rivela nello studio delle
trasformazioni, grazie alle quali si ritrovano proprietà similari in
sistemi apparentemente diversi" da (Elogio dell'antropologia).
Per
individuare una struttura, é necessario procedere ad un' operazione di
semplificazione, come sostiene Umberto Eco che propone un esempio chiaro
ed illuminante:
" Posso ridurre il corpo umano ad una rete di rapporti
che identifico nello scheletro e dare allo scheletro una presentazione
graficamente semplificata.
Ho individuato così una struttura comune a
più esseri umani, un sistema di relazioni, di posizioni e di diifferenze
tra elementi discreti, rappresentabili in linee di diversa lunghezza e
posizione ".
E la cultura o visione del mondo o Weltanscaung o ideologia
é l'insieme delle valutazioni che il soggetto o i gruppi danno, di
tutti gli aspetti della vita (politico-sociali, economici, religiosi,
filosofici, esistenziali).
Tutti hanno una personale visione del mondo
anche coloro che sostengono di non averne nessuna, ne hanno sempre una:
quella di non aver nessuna concezione del mondo.
Quindi esiste il
problema della "circolarità" che può essere messa in discussione da un'
egemonia di una o più persone che impedisce lo scambio e l'influenza
reciproca fra "cultura ufficiale" e "altra cultura".
Nell'ambito di una
prospettiva semiologica, risulta interessante e problematica la
"circolarità" proprio al di là delle piatte convenzioni e dei luoghi
comuni perchè consente di candidare il linguaggio scritto a interprete
profondo degli eventi intorno a Noi, del nostro tempo ed a modello di
approccio perennemente dinamico al di là delle piatte convenzioni e dei
luoghi comuni....
In questo modo la scrittura recupera
il suo nobile significato etimologico : il verbo " scribere" deriva dall'indoeuropeo " sker" che significa appunto "incidere e raschiare"
stesso significato dal greco "gràphein" dalla radice "gerph".
Quindi lo
scrivente o lo scrittore per ciò che ti riguarda visto che lo sei e
pubblichi del libri, incide, colpendo al cuore con una furia distruttiva
che lascia morte spesso e lascia molte delle convenzioni semantiche
cristallizzate, reinventando un nuovo codice specifico che é poi quello
che gli scittori chiamano " idioletto" .
"Gli uomini sono agitati e turbati non dalle cose ma dalle opinioni che essi hanno delle cose" (Epitteto-filosofo greco)
"Abitùati
ad ascoltare attentamente ciò che gli altri dicono e cerca di penetrare
il più possibile nell'animo di chi ti parla" (Marco Aurelio).
"L' eloquenza è una pittura del pensiero". (Blaise Pascal).
"Historia magistra vitae".
ATTILA PICCOLO
giovedì 19 giugno 2014
giovedì 29 maggio 2014
TOLLERANZA E RISPETTO
Piazza del Dissenso in facebook : https://www.facebook.com/groups/piazzadeldissenso/?fref=ts
dove si parla anche di Multiculturalismo perchè di questo si tratta quando si parla di avvio di un processo d'invasione di altri popoli con altre culture e religioni, ebbene questo scottante problema sociale in questa Piazza diviene oggetto di dinamiche discussioni e di confronti accesi ed interessanti.
Ma il multiculturalismo oggi è inserito in una teoria che afferma che esso sia la prosecuzione, l'ampliamento ed il superamento del pluralismo.
Niente di più falso.
Il multiculturalsimo è la negazione ed il rovesciamento del pluralismo.
Si è già visto come il pluralismo trovi le sue origini nella tolleranza, un principio che si fonda su tre criteri:
1) Rifiuto di ogni dogma e di ogni verità unica, cioè, io devo sempre argomentare, dare ragioni per sostenere quel che sostengo.
2) Rispetto del cosidetto harm principale.
Harm vuol dire " farmi male", " farmi danno" .
Il principio è allora che la tolleranza non comporta e non deve accettare che un altro, cioè un immigrato, mi danneggi in quanto cittadino italiano ma anche viceversa s'intende in un clima di legalità diffusa, ovviamente.iL criterio della reciprocità.
3) Il criterio della reciprocità.
Se io concedo a te, tu devi concedere a me : do ut des.
Se non c'è reciprocità, allora il rapporto non è di tolleranza.
Se tu immigrato non ti adegui alla legislazione cioè il complesso delle leggi italiane con tutto ciò che ne consegue, io allora non ti tollero.
Da questi tre principi scaturisce che così come la tolleranza è il rifiuto di ogni dogma religioso, statale, il pluralismo è il rifiuto di ogni potere monocratico ed uniformante.
Il dissenso arma di potere, di confronto, di libertà dei popoli.
La città antica temeva il dissenso.
La città moderna, invece, pregia il dissenso e lo civilizza e lo modera, lo trasforma in un lievito benefico ma anche in una discordia che si traforma, però alla fine in concordia.
Concordia discors: la buona città del pluralsimo punta, allora, su una diversità che produce integrazione non disintegrazione come pare di assistere in Italia da alcuni mesi.
Il multiculturalsimo batte invece la via opposta.
Invece di promuovere una "diversità integrata" promuove l'identità "separata" di ogni gruppo etnico e spesso la crea, la inventa anche e la fomenta...
Il risultato è una società italiana a compartimenti stagni ed anche ostili con gruppi etnici molto identificati in se stessi e quindi non hanno nè il desiderio nè la capacità d'integrazione.
Il multiculturalismo quindi non supera il pluralismo, ma lo distrugge.
E in un' Italia segnata da "prepotenze in alto e servilismo in basso", dove abbiamo astuzia come arte suprema di governo e furberia come povera arte di sopravvivere perchè diversamente c'è la morte reale.
Il grande intrigo, il primo ed il piccolo sotterfugio, il secondo, allora, convivono, sulla pelle, sulle spalle, sulla vita degli italiani e sulla vita degli immigrati quelli in fondo al mediterraneo.
Il dissenso và accettato !
Dissenso a questa politica multiculturalista ed appogio ad una politica pluralista.
Eviteremo morti d'italiani e morti d'immigrati.
ti.
dove si parla anche di Multiculturalismo perchè di questo si tratta quando si parla di avvio di un processo d'invasione di altri popoli con altre culture e religioni, ebbene questo scottante problema sociale in questa Piazza diviene oggetto di dinamiche discussioni e di confronti accesi ed interessanti.
Ma il multiculturalismo oggi è inserito in una teoria che afferma che esso sia la prosecuzione, l'ampliamento ed il superamento del pluralismo.
Niente di più falso.
Il multiculturalsimo è la negazione ed il rovesciamento del pluralismo.
Si è già visto come il pluralismo trovi le sue origini nella tolleranza, un principio che si fonda su tre criteri:
1) Rifiuto di ogni dogma e di ogni verità unica, cioè, io devo sempre argomentare, dare ragioni per sostenere quel che sostengo.
2) Rispetto del cosidetto harm principale.
Harm vuol dire " farmi male", " farmi danno" .
Il principio è allora che la tolleranza non comporta e non deve accettare che un altro, cioè un immigrato, mi danneggi in quanto cittadino italiano ma anche viceversa s'intende in un clima di legalità diffusa, ovviamente.iL criterio della reciprocità.
3) Il criterio della reciprocità.
Se io concedo a te, tu devi concedere a me : do ut des.
Se non c'è reciprocità, allora il rapporto non è di tolleranza.
Se tu immigrato non ti adegui alla legislazione cioè il complesso delle leggi italiane con tutto ciò che ne consegue, io allora non ti tollero.
Da questi tre principi scaturisce che così come la tolleranza è il rifiuto di ogni dogma religioso, statale, il pluralismo è il rifiuto di ogni potere monocratico ed uniformante.
Il dissenso arma di potere, di confronto, di libertà dei popoli.
La città antica temeva il dissenso.
La città moderna, invece, pregia il dissenso e lo civilizza e lo modera, lo trasforma in un lievito benefico ma anche in una discordia che si traforma, però alla fine in concordia.
Concordia discors: la buona città del pluralsimo punta, allora, su una diversità che produce integrazione non disintegrazione come pare di assistere in Italia da alcuni mesi.
Il multiculturalsimo batte invece la via opposta.
Invece di promuovere una "diversità integrata" promuove l'identità "separata" di ogni gruppo etnico e spesso la crea, la inventa anche e la fomenta...
Il risultato è una società italiana a compartimenti stagni ed anche ostili con gruppi etnici molto identificati in se stessi e quindi non hanno nè il desiderio nè la capacità d'integrazione.
Il multiculturalismo quindi non supera il pluralismo, ma lo distrugge.
E in un' Italia segnata da "prepotenze in alto e servilismo in basso", dove abbiamo astuzia come arte suprema di governo e furberia come povera arte di sopravvivere perchè diversamente c'è la morte reale.
Il grande intrigo, il primo ed il piccolo sotterfugio, il secondo, allora, convivono, sulla pelle, sulle spalle, sulla vita degli italiani e sulla vita degli immigrati quelli in fondo al mediterraneo.
Il dissenso và accettato !
Dissenso a questa politica multiculturalista ed appogio ad una politica pluralista.
Eviteremo morti d'italiani e morti d'immigrati.
ti.
martedì 8 aprile 2014
GLI INDEPENDENTISTI DI UN VENETO: GIGANTE ECONOMICO E NANO POLITICO
La lettura di quanto di segùito, dovrebbe indurre ad una presa d' "atto di coscienza".
Mia nonna di Bassano del Grappa Gemma Pettirossi, arrivò in Puglia con suo padre, il mio bisnonno Gaetano Pettirossi Alto Ispettore del Governo, inviati dal Governo Centrale per avviare la coltivazione del tabacco nel Salento, mia nonna con nonno austriaco dal cognome Schwartz, le donne venete, donne bellissime e la loro cadenza un suono sublime, scrivo questo per addolcire la crudezza e la durezza di quanto si leggerà di qui a poco...
Mi sono astenuto per ora, dal citare le innumerevoli nefandezze compiute dalla Lega sul suolo e sul sangue dei veneti
Pensare che nel 2010 il sorpasso della Lega sul Pdl era stato accolto come un terremoto: l'annientamento di un "sistema di potere" con un controllo totale di poche persone in vigore da quindici anni.
Prendiamo ad esempio la Sanità: per farla funzionare nel Veneto occorrono 7 miliardi l'anno, più di due terzi del bilancio regionale.
A decidere come spenderli, dove ed a beneficio di chi, sono 23 direttori generali delle Unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere, nominati dal presidente della Regione.
Galan ha riempito il Veneto di nuovi ospedali in project financing, cioè con denari privati che si rifanno con concessioni decennali.
Nelle opere pubbliche venete s'incontrano sempre lo studio di progettazione Altieri, la Mantovani Costruzioni e la Gemmo Impianti, queste tre ditte vincono sempre appalti milionari, spesso in cordata con le cooperative a quote minime.
E' un " giro stretto " che funziona a tenaglia, garantendosi gli appalti anche quando fa offerte meno vantaggiose dei concorrenti, chi è fuori da questa cerchia, rischia di non lavorare più, perchè gli appalti hanno scadenze di 9 anni, rinnovabili di altri nove.
Un'armata diventata invincibile adottando la formula del project financing a partire dal nuovo Ospedale all'Angelo di Mestre e della Banca degli Occhi, un affare da 254,7 milioni di euro, di cui 134,6 di contributo pubblico e 120,1 anticipati dai privati.
Da qui il project dilaga, al ministro Corrado Passera, nel governo Monti, l'assessore Renato Chisso, parla d'investimenti in campo per 11 milioni e 800 milioni di risorse private a fronte di un intervento pubblico di 1 miliardo di euro, meno del 10 per cento del valore totale.
La sanità veneta, pertanto che viene presentata, come una delle migliori d'Italia è invece piena di ospedali colabrodo da rottamare e sostituire con complessi nuovi di zecca, tutti in project financing.
Costa 80 milioni di euro all'anno assicurare gli ospedali del Veneto per la rsponsabilità civile, il rimborso medio delle compagnie si aggira sui 25 milioni di euro, il resto è tutto ricavo, tutta questa imponente masa di denaro viene dirottata a destinazione di un solo broker, scelto come unico consulente da tutte le Usl del Veneto senza una gara, una situazione che è espressamente vietata dall'Antitrust.
Il broker si chiama Assidoge, piccola compagnia a responsabilità limitata di Mirano, capitale sociale di 10.000 euro, molto ben introdotta a Venezia, trasparenza zero, le condizioni di polizza non sono accessibili perchè vengono negoziate a trattativa privata.
Il compenso del broker, contrariamente ad esempio del Friuli Venezia Giulia, pari all'1 per cento del premio, risulta nel Veneto tra il 10 ed il 14 per cento, se confermato, ben dieci milioni di euro del bilancio regionale vanno ed andavano ogni anno al broker...Sic !
Il sistema Assiodoge è stato avviato con l'assessorato alla sanità di Gava dal 2000.
Luca Zaia ha portato al governo il fastidio mai nascosto della Lega per lo spazio lasciato ai privati.
Anni dopo non è successo niente, anzi è stato costretto ad ammettere che tutti i project sono stati blindati.
Il 5 aprile 2012 alle 16,30 in via Bellerio, si dimette Bossi, il Capo di un Movimento che si riteneva al di sopra di ogni sospetto...
Travolto per lo scandalo dei rimborsi elettorali che coinvolge tutta la sua famiglia e mette a nudo la Lega:
- Appropriazione indebita
- Truffa aggravata
- Truffa ai danni dello Stato
- Riciclaggio
- The Family
-Decine di milioni attinti dai rimborsi elettorali per il partito e gli investimenti all'estero
Eppure lo scandalo leghista non porta alla luce solo la corte famelica e spregiudicata che circondavai l Senatùr, c'è Bruno Caparini, imprenditore lombardo di Ponte di Legno, presidente del comitato risparmiatori di Credieuronord, la banca della Lega fondata nel 1998 e fallita nel 2006, lasciando un buco di 13 milioni di euro e 3.330 correntisti sul lastrico, leghisti efficienti, onesti, ma quando mai?...
Il villaggio leghista di Punta Salvatore, in Istria, dove Bossi e i suoi cari avevano puntato per un investimento da clan politico-familiare, finito invece a quarantotto.
La Lega tra l'altro spreme all'odiato Stato Italiano un capitale da Roma dal 1989 al 2010 pari a : 168.561.690 milioni di euro.
Crolla il mito del Senatùr nella settimana santa di Pasqua, una coincidenza simbolica comica per uno che aveva costruito la fidelizzazione del Movimento sui riti celtici con le croci...
Ma ancora più beffardo il fatto che ad inquisire il Capo della Lega Nord fossero state due procure del Sud.
Sburgiadato e costretto alle dimissioni dai mgistrati di Napoli e Reggio Calabria, oltre che da Milano.
Risultato? La Padania seppellita.
Vent'anni di slogan, insulti razzisti, intimidazioni, minacce , depredazioni di fiorenti aziende meridionali deportate al Nord per puro interesse e ladrocinio, restituiti con gli interessi.
Non entro nel merito delle indagini e delle accuse su di lui, la moglie, i figli, pur avendone gli stralci ma i soldi sono soltanto pubblici e per quanto affidati ad un partito, escono sempre dalle tasche dei contribuenti italiani, settentrionali come meridionali: " Senatùr...te capì " ?
E' una sveglia soprattutto al Veneto, serbatoio di voti leghisti immobilizzati da sempre nel ruolo di ruota di scorta del Carroccio, lo dico agli indipendentisti veneti che traggono origine dalla Lega Nord e sue diramazioni.
Quindi, come è possibile che un " sistema di potere" a denominazione d'origine controllata e garantita da 15 anni di radicamento sparisca nello spazio di un pomeriggio, senza neanche aspettare il risultato elettorale?
I motivi ci sono ed in rapida successione elencati qui nella lettura a seguire.
Ma il Veneto ha una lunga storia su questi fronti , come quando furono scalzati da Tangentopoli " i Dogi " Bernini e De Michelis.
" Prima il Veneto"
Luca Zaia lancia lo slogan "Prima il Veneto"
.Questo slogan ricadrà sulle teste di veneti, nell'alluvione del novembre 2010, quando Zaia andrà a batter cassa dal governo, portando a casa 300 milioni e tutta l'Italia accuserà il Veneto di pretendere "solidarietà senza darla" .
E nessuno fa caso che Zaia ha copiato lo slgan lanciato da Fitto nella campagna elettorale regionale del 2005
" La Puglia prima di tutto ", la lista civica che porta l'ex ministro a vincere le lezioni regionali.
Anche qui il Veneto non è affatto il primo...
Intanto in campagna elettorale di Zaia nel Veneto, il sindaco di Treviso Gentilini " el scerifo" ed il suo successore Gian Paolo Gobbo con le dita alzate a V che urlano " Veneto libero ! ".
Sarebbe bello sapere da chi, visto che la Lega già comandava sia a Venezia che a Roma....
Ma è anche vero che l'intera classe dirigente veneta, prende ordini da fuori a partire dai Leghisti indigeni veneti, poi il centrosinistra con la Rosy Bindi che sbarra il passo a Tina Anselmi per gelosia mandando alla deriva tutto il centro-sinistra veneto, Alleanza Nazionale dei Giorgetti, dei Zanon, gli stessi "Independentisti", si dico bene, quale, tal Sergio Belato a prendere ordini da La Russa, Gasparri, Alemanno, Storace, Matteoli in nome del "nume tutelare" Gianfranco Fini. Ccd e Cdu che si riferiscono a Casini e Buttiglione.
Indipendentisti? Che prendono da Roma?
Cos'è quindi la classe politica veneta?
E' una classe di pendolari verso Roma e verso Milano con un ruolo subalterno anche della classe imprenditoriale, incapace di un efficace rappresentanza nazionale, il declino è sotto gli occhi di tutti, perchè il Veneto di Bernini e De MIchelis era molto più autonomo di quello di Galan e Zaia e lo stesso Presidente di Regione Galan concede i finanziamenti europei solo agli amici...
Ciò non toglie che gli anni di Galan siano stati quelli del Veneto " Locomotiva d' Italia" ma perchè il ruolo crescente dell'economia non ha trovato analogie in quello della politica?
Il motivo è che mentre l'economia veneta acquistava autorevolezza e si differenziava dal sistema Italia, la politica veneta e dei veneti ne perpetuava vizi e carenze a cominciare da quelle amministrative burocratiche.
Accade paradossalmente che la sedicente crema dell'imprenditoria veneta va a dire al capo del governo di centrodestra che il centrosinistra è più affidabile della Lega sua alleata, più in linea con i programmi di sviluppo, oltre che con il business, culturalmente più omologo perchè condivide lo stesso approccio ai problemi cosa che non fanno i leghisti veneti. Le prove?
La Lega osteggia il Passante di Mestre perchè preferiva il tunnel non voleva il rigassificatore adriatico che ha appena inaugurato e non vuole neanche la riconversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle.
" La Lega cresce perchè è vicina alla gente ma la gente ragiona con la pancia, ha l'orizzonte basso: noi imprenditori abbiamo bisogno di politiche di medio termine che la Lega non è capace di fornire".
Dicono gli imprenditori a Berlusconi.
Di più, il Veneto è la prima volta che ha tre ministri nel governo, chi li ha mai visti sul territorio?
I tre ministri sono Galan, Sacconi e Brunetta.
I veneti si domandano: perchè?
Il sindaco di Albignasego, Massimiliano Barison, scrive a 70 parlamentari veneti per i problemi delle scuole, gli rispondono solo in due...
Grande responsabilità ha la Lega in questo, la Lega che ha preso il posto della Dc ma somiglia molto più al Pci.
La Lega è il grande partito proletario, delle costicine e salsicce alle sagre di paese, del governo locale e dell'opposizione nazionale ma al governo!
Come mai? Fa opposizione eppure è al Governo?
La fa a sè stessa?
Ma che cosa ci sta a fare un Movimento localista in un governo nazionale?
L'inadeguatezza della Lega a governare da Roma è sempre più evidente.
Se uno è indeguato non è colpa sua.
Come si può pretendere che la Lega, risolva i problemi nazionali, quando conosce solo quelli territoriali?
Un partito che non prende voti da Firenze in giù, può pensare onestamente di governare da Firenze in giù?
Abbiamo scritto onestamente?..Abbiamo visto sopra come...
L'unico ministro leghista non inadeguato è stato Roberto Maroni, ma solo perchè era ministro degli Interni, un ministero ad alta densità meridionale...
Tornando al Veneto anche nella Lega era in totale sudditanza da Milano, i leghisti veneti che non vogliono essere schiavi di Roma, si comportano come servi di Milano.
Mario Carraro, imprenditore padovano, già presidente di Confidustria Veneta in una riunione di Banca Intesa a Treviso con Corrado Passera, disse agli amministarori della Lega: "Voi che avete inventato la Lega non avete ancora capito che siete dominati dai lombardi e l'unico che sa resistere perchè ha il coraggio delle scelte è Tosi?"
Sull'Indipendentismo veneto a onor del vero c'è da rimarcare che se non esiste la Padania esistono i popoli padani, uno dei quali è quello veneto, citato nell'articolo " 2 " dello Statuto Regionale (autogoverno del popolo veneto secondo forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia), approvato nel 1971 dai costituenti regionali, tra i quali il Pci in cui militava Giorgio Napolitano.
" Gli statuti regionali sono recepiti dalla Costituzione come legge dello Stato. Dunque è da 40 anni che il popolo veneto esiste. E non è il solo".
Il 24 marzo ad un convegno Iuav, Università di Venezia, un intervento:
" Ma quale modello veneto! Non c'è mai stato nessun modello in questa regione: solo un caotico sistema di crescita senza nessun disegno. Appena qualche idea, un pò di tecnologia, la manodopera a buon mercato, la famosa svalutazione della lira quando arrivava la stretta....Nel Veneto non c'è mai stata l'idea che ha un valore sociale.
Qui c'è l' egoismo di tenersi l'impresa a costo magari di distruggerla invece di farla vivere". ( Paolo Marzotto, famiglia veneta che ha fatto la storia imprenditoriale e sociale non solo del Veneto ma dell' Italia intera).
Parole che marchiano a fuoco la supposta e mai affermata superiorità veneta.
In quello stesso convegno il prof. Francesco Giavazzi con un esperienza concreta di enti e istituzioni pubbliche e private: " Dieci anni fa si pensava che questa regione, sull'esempio della Baviera, sarebbe diventata leader in Italia.
Non è successo. I due politici di punta del Veneto sono il presidente Giancarlo Galan e l'economista Renato Brunetta, che ha accesso a Palazzo Chigi. Con tutto il rispetto niente a che fare con i Bisaglia".
In Confindustria il Veneto esprime candidati come NIcola Tognana, di statura nettamente provinciale: ha venduto senza neanche accorgersene " Il Gazzettino" ad un costruttore romano come Caltagirone.
Gli imprenditori del Veneto più importanti, tipo Benetton sono sudditi di Roma: basta che il Cipe, che dipende dal governo, manovri le tariffe autostradali e i profitti di Benetton vanno su o giù. Avevano l' Antonveneta, se va bene resterà agli olandesi, se va male diventerà una succursale della Banca di Lodi". (E' andata invece a Montepaschi e una fetta del Veneto è in provincia di Siena. Il grosso della finanza, invece, è andato in provincia di MIlano e di Torino).
Manca una visione d'insieme, diceva Giavazzi, e la volontà di giocare una partita nazioanle, come accade invece in Baviera":
Avete compreso, inpendentisti e veneti?
Non fate leadership non riuscite a fare la locomotiva d'Italia a stringere cooperazioni ed alleanze con tutte le Regioni d'Italia, è il vostro handicap !
Lo strano caso di una regione che non riesce a decifrare se stessa ed ancor meno a farsi capire dal resto d'Italia.
Il Veneto ha università con un grande passato che non fabbricano classi dirigenti.
Ha classi dirigenti che dichiarano e non dirigono.
Ha imprenditori famosi in tutto il mondo, sperimentati nei mercati globali ma privi di leadership in casa loro.
L'evasione fiscale è una prerogativa dei soli veneti a danno del resto d'Italia.
Gli imprenditori di vertice, sono in dannazione e dicono: " Non pagando le tasse i padroncini del Nordest si sono arricchiti, ma restano arroganti e soprattutto ignoranti perchè è noto abbandonano la scuola prima del tempo.
Sono senza istruzione e pieni "de schèi " .
La polizia stradale che revoca la patente per eccesso di tasso alcolico ad automobilisti veneti il primo giorno dell' anno è la dimostrazione che i veneti sono ubriaconi non che i controlli il primo dell'anno vengano fatti solo in Veneto e non nel resto d'Italia".
I veneti sono piagnucoloni.
Settimo Gottardo, il sindaco di Padova non ha dubbi: "Altro che fine dei luoghi comuni, siamo messi malissimo. Arroganti, evasori, superbi, ignoranti, questo siamo noi veneti...
E' una sofferenza culturale che non ci meritiamo".
Ma negli imprenditori e sociologi veneti c'è una risposta atutto questo è : l 'invidia.
Una regione passata in quarant'anni da un 'economia di sussistenza al benessere tra i più alti d' Europa non possono dire che è avvenuto con la mafia, i veneti hanno fatto tutto da soli, questo ha generato l'invidia e dall'invidia, l'ostilità dichiarata. I veneti si chiudono nel loro orticello e l'incomprensione italiana aumenta.
Il movimento dei sindaci sprigiona energie ma non leadership, fa opinione ma non classe dirigente che superi le mura cittadine e si ponga come riferimento regionale.
Non riescono a fare leadership sulle altre Regioni italiane a trovare alleati negli altri italiani e quindi ad essere forti, è tutto qui.
Da fuori il Veneto viene percepito come un tutto unico, diviso in sette province, invece nulla di più sbagliato non solo perchè le province scompariranno ma perchè le divisioni sono altre, molto più profonde e trasversali: Padova, Vicenza, Verona è un blocco simile per tessuto industriale e cultura universitaria anche autonomista e rivoluzionaria; Rovigo per i braccianti dà luogo ad un socialismo massimalista e comunista ed ha uno sviluppo assistito ed a Belluno rientrano gli stagionali dall'Austria e Germania in contatto con l'organizzazione socialdemocratica tedesca e sono socialisti riformisti moderati; Venezia, vive di corporazioni che fanno veti e li esercitano in continuazione e lucra spaventosamente sul turismo, il paradiso dei super-ricchi, impossibile da amministrare per i sindaci; Mestre è la città-fallimento della grande industria, da bonificare e riconvertire, legata a Venezia da un cordone ombelicale, contro il quale sono stati avviati ben quattro referendum secessionisti....( è una manìa...).
Il Veneto è molto meno unito di quanto faccia pensare con matrici culturali-sociali molto differenti e questo è il suo limite vero.
Pietro Marzotto dice: " In quarant'anni lo sviluppo del Veneto è stato veloce e profondo ma i piani regolatori delle città sono borghi che fanno schifo, aree industriali moltiplicate ed inadeguate.
Dopo Tangentopoli la corruzione non è diminuita, l'efficienza dell'apparato diminuita".
E' diventata: "Tangentopoli, polenta e osèi"
Gianfranco Bettin, vicesindaco di Venezia, rincara la dose: " La classe politica veneta, lascia fare, perchè non ha idee. Non è dirigista perchè non è di sinistra, non ha le idde politiche di governo con un centro forte che orienta.
Il blocco è sempre stato quello: si fonda sull'idea che il Veneto non ha bisogno di essere governato perchè le forze di cui è dotato chiedono solo di sprigionarsi".
L'anomalia del veneto è impressionante, i veneti sono legati al territorio, basta guardare il numero e la sofferenza dei suicidi, la stretta della crisi, la strozzatura deò credito operata dalle banche, i pagamenti di forniture e servizi rinviati sine die, l' avvitamento dei debiti, la mancanza di prospettive, le aziende che saltano in continuazione, è la prima regione per numero di suicidi, in questo il Veneto primeggia sulle altre regioni italiane, purtroppo.
Il Veneto non solo non ha alcuna supremazia politica, anzi tutt'altro ma neanche finanziaria-economica, nessun imprenditore veneto ad esclusione di Pietro Marzotto sopracitato, ha mai ricoperto ruoli d'importanza nazionale, nessun veneto ha mai sfondato negli ambienti economici che contano.
Il Veneto è debole perchè è debole culturalmente, se si presentasse come Triveneto, una macroregione avrebbe un reddito superiore alla regione tedesca Ruhr, sarebbe una delle prime quattro regioni europee, col Triveneto, elimini i privilegi, esci dall'isolamento, dal rapporto rancoroso con le regioni a statuto speciale.
Al Veneto non sono state rubate le banche, le ha perdute perchè quelli che le avevano non erano capaci di gestirle.
Il Veneto è terra di lavoratori, di forti risparmiatori ma non d'imprenditori in campo finanziario, non sono mai stati imprenditori finanziari: i soldi se li tenevano, si facevano la seconda famiglia, magari la terza, le vacanze, la villa ma non hanno mai pensato che i soldi sono un elemento della produzione. Sono vecchi poveri diventati ricchi che mettono da parte il denaro, manovale della finanza perchè non lo investono nè comprano azioni delle banche non c'è un veneto in posizioni d'importanza nelle banche tranne Ennio Doris ma la banca Mediolanum è la sua.
La maggioranza politica di questa regione è sempre stata schierata con il centro-destra.
A un veneto la parola sinistra evoca l'espropriazione della terra ai contadini.
Nel Veneto prevale la piccola proprietà, escluse poche zone di latifondo e per i contadini che già erano morti di fame, l'idea di perdere anche la terra diventava un incubo.
I socialisti ed i comunisti erano ritenuti estranei alla cultura ed alla sensibiltà veneta.
Quello che disturba di più i veneti è la manifesta volontà di mascherare la gravità delle situazioni locali nascondendole sotto le medie nazionali.
Lo stesso ex parlamentare leghista ed ex sindaco di Oderzo, Bepi Covre, dice:
Facciamo la politica dello struzzo, non vogliamo renderci conto della realtà..."
L'autocritica più feroce è quella di Mario Carraro, presidente di Confindustria dal 1994 al 1996: " Le garndi famiglie imprenditoriali che hanno segnato il successo di questa regione non son un riferimento nazionale per i veneti...
Premetto che io non sono mai stato capace di distinguere il Veneto dal'Italia. Per quante distinzioni facciamo, restiamo sempre in Italia e la mentalità italiana non è, che so, come quella degli Stati Uniti, dove finisci in galera se evadi il fisco. A noi manca un popolo che si senta nazione prima di sentirsi individualità.
Da noi questo non c'è, forse non c'è mai stato".
Innocenzo Cipolletta, economista e manager, dice :" Bisogna riflettere sul fatto che se siamo stati in grado di raggiungere certi risultati individuali, dobbiamo anche restituire al Paese qualcosa, in termini di progetti, di impegno e di comportamenti, perchè " almeno" un pizzico di quanto abbiamo realizzato dipende anche dal'ambiente in cui siamo visuti e dalla storia civile che è stata accumulata prima di noi: in altre parole, dipende dal troppo bistrattato Paese infelice in cui viviamo. D'altra parte, gente felice in un Paese infelice non resiste a lungo, sicchè, se vogliamo preservare i risultati che individualmente abbiamo raggiunto, è bene che ci adoperiamo perchè anche il Paese " se la cavi ".
Eppure il Veneto conserva ancora grandi risorse.
I famosi giacimenti culturali non sfruttati.
Le università che non fanno rete. Il turismo che ha tutti gli ordini di offerta, ma è disarticolato.
Un territorio bellissimo e vario, che era già consumato nel 1978, quando Andrea Zanonato dichiarava in una famosa intervista " siamo passati dai campi di sterminio allo sterminio dei campi"....
Il Veneto è soprattuto la regione con il più alto rapporto tra abitanti e numero di imprese.
La locomotiva di un Italia che non tira più, messa in ginocchio dallo spread...
E' inevitabile chiedersi se nel Veneto è in corso un vero sorpasso, oppure, come succedeva nel film di Dino Risi con Vittorio Gassman Jean -Louis Trintignant, il sorpasso è già fuori strada....
Lì c'era un morto, era una tragedia, qui potrebbe essere una commedia: un sorpasso camaleontico, i vecchi padroni che saltano nel nuovo corso, cambiare tutto per non cambiare niente.
Sergio Romano, scrittore, giornalista, diplomatico, ex ambasciatore d'Italia a Mosca, sul Corriere della Sera, traccia una spietata analisi del Veneto : " forza economica ma nano politico".
Quando il figlio è entrato nella Lega, suo padre comunista con la tessera dl partito sempre in tasca e la foto di Enrico Berlinguer, sopra la credenza, l'ha apostrofato: " Ti te si come i fasisti. I fasisti l'ha fat compagno de ti, la marcia su Roma xe nata così"
" Ma no papà, non l'è così, noialtri volemo fare uno Stato novo, federalista"
" Voialtri voì fare uno Stato novo? Ma se ghemo fato fadiga a farlo noialtri che ghemo fato na guera, adesso rivè voialtri e voì fare uno Stato novo daea sera aea matina?!"
" Ma noialtri vogliamo cambiarlo con la cabina elettorale"
" Ma cossa dito, mona, le rivolussion se fa col mitra e Tanko. Mona ! "...
Ed eccoci al " collo di bottiglia " : l'Indipendentismo e quello Veneto nella fattispecie deve fare i conti con la Costituzione italiana :
Art. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
E' il collo della bottiglia o la canna del gas?
Sempre una fine, sempre un termine si configura e nessuna via d'uscita se non la collaborazione con gli altri italiani che non piagnucolano pur soffrendo ugualmente se non di più.
Attila Piccolo
mercoledì 19 marzo 2014
P' Ossessione di Rosanna Marani
Una delizia dell'animo, questo libro.
Da avere da p'ossedere ed assaporarlo in religiosa riflessione dopo una lettura avvincente
che fa percepire stati d'animo,
stati dell'essere a te sconosciuti a volte irraggiungibili
con questa intensità.
Pubblico solo una poesia,
leggendola,
pare di viverla e in una traslazione dopo averla letta una prima volta,
rileggendola più in fretta una seconda,
una terza
ed ancora più volte...
provare ad immaginare cosa voglia dire, essere balbuziente... e la sua allegria d'esserlo...
Grande Proèsia...
Grazie Rosanna
Attila Piccolo
Da avere da p'ossedere ed assaporarlo in religiosa riflessione dopo una lettura avvincente
che fa percepire stati d'animo,
stati dell'essere a te sconosciuti a volte irraggiungibili
con questa intensità.
Pubblico solo una poesia,
leggendola,
pare di viverla e in una traslazione dopo averla letta una prima volta,
rileggendola più in fretta una seconda,
una terza
ed ancora più volte...
provare ad immaginare cosa voglia dire, essere balbuziente... e la sua allegria d'esserlo...
Grande Proèsia...
Grazie Rosanna
Attila Piccolo
martedì 18 marzo 2014
FASCISMO : ECONOMIA DEL REGIME " LIBERISTA " FINO AD OBAMA.
di Attila Piccolo
Mi trovo ad interpormi con persone che o antifasciste o para fasciste o simpatizzanti fasciste o di destra, sostengano ancora oggi che il Fascismo fosse contro il liberismo.
Di seguito, espongo, sviluppo non tesi ma verità con fondamenti storici e di pensiero che sfuggono a molti sostenitori o detrattori sull'ortodossia del pensiero e della politica fascista.
La prima fase del fascismo è caratterizzata da una politica economica di impronta liberista, gestita dal liberale De Stefani che procede alla rimozione dei vincoli alla libertà di impresa istituiti durante la Grande Guerra e a massicci interventi statali finalizzati ad incoraggiare gli investimenti privati, oltre che al salvataggio di banche e industrie (Banco di Roma, Ansaldo, ecc.).
Ben presto, però, l’economia italiana si trova a dover fare i conti con l’indebolimento della bilancia commerciale e l’inflazione crescente.
Nella seconda metà degli anni Venti, perciò, matura la svolta dalla politica liberista a quella dirigista, con lo Stato che oltre al ruolo di garante assume anche quello di protagonista e organizzatore del ciclo economico.
E' la completa libertà del singolo di intraprendere un'attività liberamente, di gestirla secondo concetti di massimo rendimento e lucro ( minimo sacrificio per massimo profitto), secondo le leggi del mercato (legge della domanda ed offerta) senza interventi esterni e senza regole che incidano sul "naturale" corso del mercato.
Il Liberismo: esiste da sempre : è la completa libertà del singolo di intraprendere un'attività liberamente, di gestirla secondo concetti di massimo rendimento e lucro ( a minimo sacrificio per massimo profitto), secondo le leggi del mercato (legge della domanda ed offerta) senza interventi esterni e senza regole che incidano sul "naturale" corso del mercato.
Ad esempio delocalizzare le aziende in siti dove la manodopera lavora il doppio delle ore e non fa riposi e prende un pugno di riso è un perfetto comportamento liberista.
Fascismo pur essendo affine al liberismo, infatti i lavoratori non sono affatto tutelati dalle angherie padronali, i ha affinità con il sistema keynesiano in quanto interviene marginalmente in economia sempre dove il privato ha poco interesse a farlo o dove d'imperio il partito decide che lo Stato debba interessarsi alla cosa.o il partito decide che lo Stato debba interessarsi alla cosa :
-Stimolazione dell'iniziativa privata
-Riduzione della spesa pubblica
-No blocco inflazione
-No stabilizzazione moneta
Fu il Fascismo, un puntello formidabile per il sistema liberalcapitalistico ormai accerchiato dalle masse popolari in tumulto nel Biennio Rosso, che chiedevano a gran voce diritti, libertà, partecipazione politica ed equa distribuzione della ricchezza e, quindi, la fine dei privilegi reali e formali dei quali la borghesia italiana godeva per il contributo determinante dato alla causa savoiarda per l'Unità.
Se il capitalismo non è altro che il libero mercato direi che i fascisti lo appoggiano.
Il fascismo non fu uno stato totalitario, come scrisse Giovanni Amendola..
Conservò parte delle istituzioni liberali, mantenendo la monarchia, il Senato, lo Statuto albertino, venendo a patti con la chiesa cattolica, riattivando vari lasciti della Destra storica.
E parte della “Costituzione economica” fascista sopravvisse nel postfascismo e nella Repubblica nata dalla resistenza che mantenne le strutture della amministrazione parallela, dall’Iri, all’Imi; e conservò almeno due terzi delle vecchie norme amministrative fasciste: dalla legge bancaria del 1936, al Codice di procedura civile, dal Codice penale alla legge Bottai sulla tutela dei Beni culturali.
A sviluppare oggi questa tesi, sostenuta nel 1951, sono una filosofa della politica come Hannah Arendt e dagli storici Renzo De Felice e Alberto Aquarone.
E' importante come Sabino Cassese, giudice costituzionale nominato da Carlo Azeglio Ciampi, amministrativista allievo del grande Massimo Severo Giannini, appartiene infatti a quella sinistra riformista che preferisca aprirsi alla dialettica con la destra, anziché arroccarsi nell’ostracismo per denunciare il vulnus della democrazia “sempre in bilico.
Da qui, la sua disinibita ricostruzione in un saggio breve ma di sicuro successo (“Lo Stato fascista”, Il Mulino).
Il verdetto di Cassese è drastico: definire il fascismo uno stato totalitario non è di grande interesse e può essere addirittura fuorviante, lo stato fascista fu una combinazione di elementi eterogenei.
Riutilizzò gli strumenti dello stato liberale, depotenziandoli e riadattandoli.
Tra il 1922 e il 1925, in seguito alla fine della crisi internazionale, l’Italia poté espandersi economicamente grazie alla "politica liberista" attuata dal governo fascista.
Si favorì, infatti, l’accumulazione del profitto attraverso la riduzione delle imposte, venne abolito il monopolio sulle assicurazioni sulla vita, il servizio telefonico fu privatizzato e si riuscì a tagliare la spesa pubblica.
Nel 1925, invece, ci fu un ritorno al protezionismo.
Si favorirono, cioè, le esportazioni a danno delle importazioni con la conseguente applicazione delle tariffe doganali.
Il protezionismo di questo periodo riguardò soprattutto il grano.
L’Italia non ne produceva abbastanza ed era costretta ad importarlo.
Per far sì che il paese fosse autosufficiente, Mussolini diede inizio alla “battaglia del grano”: ne incentivò con una politica strettamente liberista la produzione, modernizzando l’agricoltura, aumentando i terreni coltivabili e dando premi agli agricoltori che ne producevano di più.
Solo nel 1926 il Fascismo volle intervenire nelle questioni che riguardavano capitale e lavoro per il bene dello stato.
Nacque, così, il corporativismo che ebbe la sua massima espressione con la pubblicazione della Carta del lavoro del 1927.
Ma solo ora e con la mutazione degli equilibri politico-economico-sociali.
I liberali ( invece teorizzano la necessità di uno Stato con funzioni minime) i libertari ( auspicano una società senza Stato completamente basata sui principi del libero mercato) criticano indifferentemente ogni tipo di statalismo a prescindere da chi lo attua, la destra, invece rappresentata dai conservatori (che invece ha assorbito i principi del liberismo e che in ambito economico ha posizioni molto vicine a quelle dei liberali), si differenzia dall' espressione "estrema destra" per differenziare le posizioni di partiti che si richiamano al fascismo.
Il liberale Gentile entra nel Fascismo.
Gentile ci parla di un liberalismo non individualista. Oggi questa idea appare in evidente contrasto con l’accezione più comune del termine liberalismo.
Quando infatti pensiamo al liberalismo pensiamo in prima istanza ad una linea della riflessione politica che da Locke e dal Secondo trattato sul governo attraverso la divisione, la limitazione ed il controllo del potere garantisce la libertà individuale dall’indebita ingerenza dello Stato.
Per Gentile, al contrario, il liberalismo conduce ad una dottrina dello stato.
Per meglio comprendere le affermazioni di Gentile è opportuno ricordare alcuni tratti
dell’esperienza del giovane siciliano che nato nel 1875 vinse nel 1893 il concorso per l’ammissione
alla Normale di Pisa, già allora uno degli istituti più prestigiosi della nazione emergeva una forma di liberalismo moderato, liberalismo in quanto affermava la necessità della libertà intellettuale ed economica dell’individuo e contemporaneamente la necessità di un forte principio di ordine, che appunto avrebbe dovuto garantire il giovane stato nazionale dagli assalti che venivano ad esso portati dalla Chiesa e dalla sinistra socialista (in realtà dalla richiesta delle masse di poter partecipare alla gestione della cosa pubblica) e preservarlo dalle degenerazioni del parlamentarismo.
Tale concezione, che aveva evidenti radici nelle particolari modalità con le quali era nato il giovane
stato italiano, veniva unita da Bertrando Spaventa e dagli hegeliani di Napoli ad una concezione
della nazionalità come “unità: unità viva, libera e potente come lo Stato”.
Il problema che si poneva era quello storico del rafforzamento del giovane stato unitario e quello
del sentimento comune, della unità delle convinzioni ideali di un popolo, per essere più precisi
della educazione di un popolo alla realtà ed ai principi dello Stato nazionale.
Sia il liberalismo risorgimentale al quale ho fatto cenno, sia il riferimento ad Hegel conducevano a
ritenere che lo sviluppo delle facoltà individuali, la libertà nel suo senso più concreto, si potesse
realizzare soltanto all’interno di una compagine statale potente e dotata di un proprio ethos: in
quegli stessi anni inoltre l’idea dello stato potenza, dello stato forte, riecheggiava nei contrasti tra le
diverse nazioni per la supremazia nei paesi extra europei.
Dopo la marcia su Roma, del 28 ottobre 1922 Mussolini lo invitò al Ministero della
pubblica istruzione, egli accettò l’incarico.
Le ragioni della scelta di Mussolini? Perché Gentile?
Ricordiamo che il filosofo era un intellettuale la cui centralità nel mondo della cultura e
nell’opinione pubblica era aumentata notevolmente proprio negli anni della guerra.
Egli era inoltre noto come "liberale conservatore" , anticomunista ed era un punto di riferimento sia all’interno di diverse università sia all’interno di un ampio movimento che si impegnava per la riforma della scuola, concezione liberale.
Perché insomma Gentile accettò? Cosa credette di vedere nel fascismo?
Nel gennaio del 1923, nel primo numero della rivista “La nuova politica liberale”, una rivista creata
da un suo allievo, Carmelo Licitra e alla quale partecipano come “collaboratori fondatori” Croce,
Lombardo Radice e Volpe pubblica un breve scritto “Il mio liberalismo”.
Si tratta di un testo importante perché riprende un tema che abbiamo già affrontato, ma dopo
l’adesione al fascismo (in realtà egli aderirà ufficialmente al fascismo nel maggio dello stesso anno).
La distinzione da cui Gentile parte è di nuovo quella tra “il liberalismo materialista del secolo
XVIII, nato in Inghilterra nel precedente, ma diventato nel Settecento il credo della Rivoluzione” e
un liberalismo nato “nel secolo XIX … attraverso quella critica del materialismo che in tutti i
paesi d’Europa in vario modo condusse alla riaffermazione dei valori spirituali”.
Come già sappiamo per Gentile, “un liberalismo senza stato è un liberalismo senza libertà”, perché lo Stato è
liberale se promuove lo sviluppo della libertà.
Il liberalismo di Gentile è “il liberalismo nuovo o dottrina dello stato etico”.
Si tratta di una concezione politica che, proprio perché prevede il sacrificio dell’individuo porta Gentile ad essere convinto della necessità di “uno stato forte, come dovere e diritto del cittadino e di una disciplina
ferrea che sia scuola rigida di volontà e di caratteri politici”.
Perciò, continua, “sono fermamente convinto della necessità di svegliare e di sviluppare in politica un senso energico di religiosità e di moralità e di portare, d’altra parte, un senso di misura e di determinatezza politica, cioè di concretezza sociale e storica nello sviluppo etico-religioso dell’individuo.
Lo stato è qui dovere e diritto del cittadino: esso esiste nello spirito dell’individuo che deve
assoggettarsi ad una ‘disciplina ferrea’, ad una rigida educazione politica e morale, così da far vivere questo nuovo stato.
Con il fascismo si può avere vero liberalismo poiché riporta ai valori primigeni del Risorgimento: Gentile dimostra un forte approccio storicistico, secondo il quale il fascismo trarrebbe la sua legittimazione dalla storia.
Ma Giovanni Gentile fu “uno strano tipo di liberale”, critico del liberalismo individualista ed antistatalista, che dovrebbe invece costituire l'anima di ogni autentico liberalismo, e fortemente orientato ai valori della conservazione e dello stato etico.
Alla luce di queste concezioni politiche, infiammato internamente vigeva il liberismo economico, controllato appena appena dallo Stato (durante il periodo prefascista era invece selvaggio, come oggi).
Lo Stato stesso iniziò la fondazione di Enti particolari, fra cui l'Ente Nazionale Risi e l'Amministrazione Monopolio Banane (prodotte in Somalia, marchio "Somalita" ).
Non esisteva dirigismo statale, anzi quando si trattò di progettare armi come i carri armati o gli aerei ci si trovò in una situazione opposta a quella tedesca: in Germania, i progetti di una fabbrica erano messi a disposizione di tutti e se una specifica ministeriale per un carro sortiva due buoni progetti, le due aziende erano incaricate di produrre un efficiente ibrido che coniugasse le buone qualità di entrambi i mezzi.
Per non parlare della produzione di armi, anche leggere, delegata a più sottoappaltatrici che fornivano i pezzi che venivano poi assemblati presso la sede centrale.
Da noi vigeva invece il protagonismo liberista più assoluto: ogni Casa produceva le sue apparecchiature, i suoi carri o fucili o mitragliatori, e non si arrivò mai a definire dei veri progetti "integrati" con gravissimo danno per la nostra efficienza militare.
Sotto il Fascio, quindi, a parte minimissime iniziative da parte statale, come (giustamente) la regolamentazione degli orari degli esercizi pubblici, la definizione di licenza di Ps per "locale notturno" (quello aperto dopo le 23°°), la suddivisione merceologica delle licenze (tutti provvedimenti sopravvissuti di 60/70 anni al fascismo, a dimostrazione della loro bontà), il n° "chiuso" di licenze rilasciabili per genere merceologico in ogni città... per il resto troviamo una normale economia capitalistica.
I padroni comandavano a bacchetta, il licenziamento era sempre ventilato come minaccia, la disciplina era d'acciaio, i sindacati erano di Regime quindi una mera bufala, e solo nel 1937 in un sussulto di rimorsi socialistoidi il Duce fè emettere una "carta del Lavoro" che avrebbe voluto essere un blando ed annacquato "statuto dei lavoratori".
Il termine liberal-fascismo suona come un ossimoro – o come un termine usato dai conservatori per offendere i progressisti.
In realtà, questa espressione è stata coniata da uno scrittore socialista, nientedimeno che lo stimato e influente H. G. Wells, il quale nel 1931 chiese ai compagni progressisti di diventare "liberal-fascisti " e "nazisti illuminati".
Essendo una ideologia statalista, il fascismo utilizza la politica come mezzo per trasformare la società composta da individui atomizzati in un insieme organico.
Così facendo, si eleva lo stato sull'individuo, le conoscenze specialistiche sulla democrazia, il consenso forzato sul dibattito e il socialismo sul capitalismo.
Il messaggio del fascismo può essere così sintetizzato: "Basta con le parole. Più azione!"
Il suo è un persistente appello ad agire.
Goldberg smonta pezzo per pezzo i programmi progressisti americani – razziali, economici, ambientalisti e perfino il "culto dell'integrazione organica" – e mostra le loro affinità con i programmi di Mussolini e Hitler.
Se questo sembra essere sorprendentemente non plausibile, si legga Liberal Fascism dalla prima all'ultima pagina per le sue colorite citazioni e per la convincente documentazione.
L'autore, finora conosciuto come un intelligente e sagace polemista, ha dimostrato di essere un grande pensatore politico.
Oltre a offrire una visione radicalmente differente per comprendere la politica moderna, in cui il termine fascista non è più calunnioso di quello socialista, lo straordinario libro di Goldberg offre ai conservatori i mezzi per replicare ai loro vessatori progressisti e per riuscire a passare all'offensiva.
Se i progressisti possono perennemente evocare lo spettro di Joseph McCarthy, i conservatori possono replicare con quello di Benito Mussolini.
Obama fascista.
L'esperienza del salvataggio dei giganti dell'auto negli Stati Uniti di oggi non implica che ogni salvataggio sia giustificato, perché il risultato finale dipende dalle aziende - se sono capaci o meno di tornare competitive senza aiuti pubblici.
All'epoca del salvataggio vi era chi accusava Obama di spingere gli Stati Uniti incredibile ma
vero, verso il “fascismo”.
L'argomentazione era quella che sostiene che mentre il Socialismo nazionalizza i mezzi di produzione, il Fascismo ne decide l'allocazione, mentre li lascia nelle mani dei privati.
Tuttavia la deriva “fascista” di Obama con le ultime vicende è scomparsa perché tutto (ossia il controllo dei mezzi di produzione) è tornato in mani private, senza che il Tesoro ci abbia rimesso (a fare bene i conti).
Quindi il Fascismo fu liberista?
Si lo fu fin dalle sue origini, lo fu fino al 1926/1927.
Ma il fascismo era di destra? No! Non lo era!
Attila Piccolo
Bibliografia :
Liberismo, protezionismo, fascismo. Un giudizio di Luigi Einaudi ...
Mi trovo ad interpormi con persone che o antifasciste o para fasciste o simpatizzanti fasciste o di destra, sostengano ancora oggi che il Fascismo fosse contro il liberismo.
Di seguito, espongo, sviluppo non tesi ma verità con fondamenti storici e di pensiero che sfuggono a molti sostenitori o detrattori sull'ortodossia del pensiero e della politica fascista.
La prima fase del fascismo è caratterizzata da una politica economica di impronta liberista, gestita dal liberale De Stefani che procede alla rimozione dei vincoli alla libertà di impresa istituiti durante la Grande Guerra e a massicci interventi statali finalizzati ad incoraggiare gli investimenti privati, oltre che al salvataggio di banche e industrie (Banco di Roma, Ansaldo, ecc.).
Ben presto, però, l’economia italiana si trova a dover fare i conti con l’indebolimento della bilancia commerciale e l’inflazione crescente.
Nella seconda metà degli anni Venti, perciò, matura la svolta dalla politica liberista a quella dirigista, con lo Stato che oltre al ruolo di garante assume anche quello di protagonista e organizzatore del ciclo economico.
E' la completa libertà del singolo di intraprendere un'attività liberamente, di gestirla secondo concetti di massimo rendimento e lucro ( minimo sacrificio per massimo profitto), secondo le leggi del mercato (legge della domanda ed offerta) senza interventi esterni e senza regole che incidano sul "naturale" corso del mercato.
Il Liberismo: esiste da sempre : è la completa libertà del singolo di intraprendere un'attività liberamente, di gestirla secondo concetti di massimo rendimento e lucro ( a minimo sacrificio per massimo profitto), secondo le leggi del mercato (legge della domanda ed offerta) senza interventi esterni e senza regole che incidano sul "naturale" corso del mercato.
Ad esempio delocalizzare le aziende in siti dove la manodopera lavora il doppio delle ore e non fa riposi e prende un pugno di riso è un perfetto comportamento liberista.
Fascismo pur essendo affine al liberismo, infatti i lavoratori non sono affatto tutelati dalle angherie padronali, i ha affinità con il sistema keynesiano in quanto interviene marginalmente in economia sempre dove il privato ha poco interesse a farlo o dove d'imperio il partito decide che lo Stato debba interessarsi alla cosa.o il partito decide che lo Stato debba interessarsi alla cosa :
-Stimolazione dell'iniziativa privata
-Riduzione della spesa pubblica
-No blocco inflazione
-No stabilizzazione moneta
Fu il Fascismo, un puntello formidabile per il sistema liberalcapitalistico ormai accerchiato dalle masse popolari in tumulto nel Biennio Rosso, che chiedevano a gran voce diritti, libertà, partecipazione politica ed equa distribuzione della ricchezza e, quindi, la fine dei privilegi reali e formali dei quali la borghesia italiana godeva per il contributo determinante dato alla causa savoiarda per l'Unità.
Se il capitalismo non è altro che il libero mercato direi che i fascisti lo appoggiano.
Il fascismo non fu uno stato totalitario, come scrisse Giovanni Amendola..
Conservò parte delle istituzioni liberali, mantenendo la monarchia, il Senato, lo Statuto albertino, venendo a patti con la chiesa cattolica, riattivando vari lasciti della Destra storica.
E parte della “Costituzione economica” fascista sopravvisse nel postfascismo e nella Repubblica nata dalla resistenza che mantenne le strutture della amministrazione parallela, dall’Iri, all’Imi; e conservò almeno due terzi delle vecchie norme amministrative fasciste: dalla legge bancaria del 1936, al Codice di procedura civile, dal Codice penale alla legge Bottai sulla tutela dei Beni culturali.
A sviluppare oggi questa tesi, sostenuta nel 1951, sono una filosofa della politica come Hannah Arendt e dagli storici Renzo De Felice e Alberto Aquarone.
E' importante come Sabino Cassese, giudice costituzionale nominato da Carlo Azeglio Ciampi, amministrativista allievo del grande Massimo Severo Giannini, appartiene infatti a quella sinistra riformista che preferisca aprirsi alla dialettica con la destra, anziché arroccarsi nell’ostracismo per denunciare il vulnus della democrazia “sempre in bilico.
Da qui, la sua disinibita ricostruzione in un saggio breve ma di sicuro successo (“Lo Stato fascista”, Il Mulino).
Il verdetto di Cassese è drastico: definire il fascismo uno stato totalitario non è di grande interesse e può essere addirittura fuorviante, lo stato fascista fu una combinazione di elementi eterogenei.
Riutilizzò gli strumenti dello stato liberale, depotenziandoli e riadattandoli.
Tra il 1922 e il 1925, in seguito alla fine della crisi internazionale, l’Italia poté espandersi economicamente grazie alla "politica liberista" attuata dal governo fascista.
Si favorì, infatti, l’accumulazione del profitto attraverso la riduzione delle imposte, venne abolito il monopolio sulle assicurazioni sulla vita, il servizio telefonico fu privatizzato e si riuscì a tagliare la spesa pubblica.
Nel 1925, invece, ci fu un ritorno al protezionismo.
Si favorirono, cioè, le esportazioni a danno delle importazioni con la conseguente applicazione delle tariffe doganali.
Il protezionismo di questo periodo riguardò soprattutto il grano.
L’Italia non ne produceva abbastanza ed era costretta ad importarlo.
Per far sì che il paese fosse autosufficiente, Mussolini diede inizio alla “battaglia del grano”: ne incentivò con una politica strettamente liberista la produzione, modernizzando l’agricoltura, aumentando i terreni coltivabili e dando premi agli agricoltori che ne producevano di più.
Solo nel 1926 il Fascismo volle intervenire nelle questioni che riguardavano capitale e lavoro per il bene dello stato.
Nacque, così, il corporativismo che ebbe la sua massima espressione con la pubblicazione della Carta del lavoro del 1927.
Ma solo ora e con la mutazione degli equilibri politico-economico-sociali.
I liberali ( invece teorizzano la necessità di uno Stato con funzioni minime) i libertari ( auspicano una società senza Stato completamente basata sui principi del libero mercato) criticano indifferentemente ogni tipo di statalismo a prescindere da chi lo attua, la destra, invece rappresentata dai conservatori (che invece ha assorbito i principi del liberismo e che in ambito economico ha posizioni molto vicine a quelle dei liberali), si differenzia dall' espressione "estrema destra" per differenziare le posizioni di partiti che si richiamano al fascismo.
Il liberale Gentile entra nel Fascismo.
Gentile ci parla di un liberalismo non individualista. Oggi questa idea appare in evidente contrasto con l’accezione più comune del termine liberalismo.
Quando infatti pensiamo al liberalismo pensiamo in prima istanza ad una linea della riflessione politica che da Locke e dal Secondo trattato sul governo attraverso la divisione, la limitazione ed il controllo del potere garantisce la libertà individuale dall’indebita ingerenza dello Stato.
Per Gentile, al contrario, il liberalismo conduce ad una dottrina dello stato.
Per meglio comprendere le affermazioni di Gentile è opportuno ricordare alcuni tratti
dell’esperienza del giovane siciliano che nato nel 1875 vinse nel 1893 il concorso per l’ammissione
alla Normale di Pisa, già allora uno degli istituti più prestigiosi della nazione emergeva una forma di liberalismo moderato, liberalismo in quanto affermava la necessità della libertà intellettuale ed economica dell’individuo e contemporaneamente la necessità di un forte principio di ordine, che appunto avrebbe dovuto garantire il giovane stato nazionale dagli assalti che venivano ad esso portati dalla Chiesa e dalla sinistra socialista (in realtà dalla richiesta delle masse di poter partecipare alla gestione della cosa pubblica) e preservarlo dalle degenerazioni del parlamentarismo.
Tale concezione, che aveva evidenti radici nelle particolari modalità con le quali era nato il giovane
stato italiano, veniva unita da Bertrando Spaventa e dagli hegeliani di Napoli ad una concezione
della nazionalità come “unità: unità viva, libera e potente come lo Stato”.
Il problema che si poneva era quello storico del rafforzamento del giovane stato unitario e quello
del sentimento comune, della unità delle convinzioni ideali di un popolo, per essere più precisi
della educazione di un popolo alla realtà ed ai principi dello Stato nazionale.
Sia il liberalismo risorgimentale al quale ho fatto cenno, sia il riferimento ad Hegel conducevano a
ritenere che lo sviluppo delle facoltà individuali, la libertà nel suo senso più concreto, si potesse
realizzare soltanto all’interno di una compagine statale potente e dotata di un proprio ethos: in
quegli stessi anni inoltre l’idea dello stato potenza, dello stato forte, riecheggiava nei contrasti tra le
diverse nazioni per la supremazia nei paesi extra europei.
Dopo la marcia su Roma, del 28 ottobre 1922 Mussolini lo invitò al Ministero della
pubblica istruzione, egli accettò l’incarico.
Le ragioni della scelta di Mussolini? Perché Gentile?
Ricordiamo che il filosofo era un intellettuale la cui centralità nel mondo della cultura e
nell’opinione pubblica era aumentata notevolmente proprio negli anni della guerra.
Egli era inoltre noto come "liberale conservatore" , anticomunista ed era un punto di riferimento sia all’interno di diverse università sia all’interno di un ampio movimento che si impegnava per la riforma della scuola, concezione liberale.
Perché insomma Gentile accettò? Cosa credette di vedere nel fascismo?
Nel gennaio del 1923, nel primo numero della rivista “La nuova politica liberale”, una rivista creata
da un suo allievo, Carmelo Licitra e alla quale partecipano come “collaboratori fondatori” Croce,
Lombardo Radice e Volpe pubblica un breve scritto “Il mio liberalismo”.
Si tratta di un testo importante perché riprende un tema che abbiamo già affrontato, ma dopo
l’adesione al fascismo (in realtà egli aderirà ufficialmente al fascismo nel maggio dello stesso anno).
La distinzione da cui Gentile parte è di nuovo quella tra “il liberalismo materialista del secolo
XVIII, nato in Inghilterra nel precedente, ma diventato nel Settecento il credo della Rivoluzione” e
un liberalismo nato “nel secolo XIX … attraverso quella critica del materialismo che in tutti i
paesi d’Europa in vario modo condusse alla riaffermazione dei valori spirituali”.
Come già sappiamo per Gentile, “un liberalismo senza stato è un liberalismo senza libertà”, perché lo Stato è
liberale se promuove lo sviluppo della libertà.
Il liberalismo di Gentile è “il liberalismo nuovo o dottrina dello stato etico”.
Si tratta di una concezione politica che, proprio perché prevede il sacrificio dell’individuo porta Gentile ad essere convinto della necessità di “uno stato forte, come dovere e diritto del cittadino e di una disciplina
ferrea che sia scuola rigida di volontà e di caratteri politici”.
Perciò, continua, “sono fermamente convinto della necessità di svegliare e di sviluppare in politica un senso energico di religiosità e di moralità e di portare, d’altra parte, un senso di misura e di determinatezza politica, cioè di concretezza sociale e storica nello sviluppo etico-religioso dell’individuo.
Lo stato è qui dovere e diritto del cittadino: esso esiste nello spirito dell’individuo che deve
assoggettarsi ad una ‘disciplina ferrea’, ad una rigida educazione politica e morale, così da far vivere questo nuovo stato.
Con il fascismo si può avere vero liberalismo poiché riporta ai valori primigeni del Risorgimento: Gentile dimostra un forte approccio storicistico, secondo il quale il fascismo trarrebbe la sua legittimazione dalla storia.
Ma Giovanni Gentile fu “uno strano tipo di liberale”, critico del liberalismo individualista ed antistatalista, che dovrebbe invece costituire l'anima di ogni autentico liberalismo, e fortemente orientato ai valori della conservazione e dello stato etico.
Alla luce di queste concezioni politiche, infiammato internamente vigeva il liberismo economico, controllato appena appena dallo Stato (durante il periodo prefascista era invece selvaggio, come oggi).
Lo Stato stesso iniziò la fondazione di Enti particolari, fra cui l'Ente Nazionale Risi e l'Amministrazione Monopolio Banane (prodotte in Somalia, marchio "Somalita" ).
Non esisteva dirigismo statale, anzi quando si trattò di progettare armi come i carri armati o gli aerei ci si trovò in una situazione opposta a quella tedesca: in Germania, i progetti di una fabbrica erano messi a disposizione di tutti e se una specifica ministeriale per un carro sortiva due buoni progetti, le due aziende erano incaricate di produrre un efficiente ibrido che coniugasse le buone qualità di entrambi i mezzi.
Per non parlare della produzione di armi, anche leggere, delegata a più sottoappaltatrici che fornivano i pezzi che venivano poi assemblati presso la sede centrale.
Da noi vigeva invece il protagonismo liberista più assoluto: ogni Casa produceva le sue apparecchiature, i suoi carri o fucili o mitragliatori, e non si arrivò mai a definire dei veri progetti "integrati" con gravissimo danno per la nostra efficienza militare.
Sotto il Fascio, quindi, a parte minimissime iniziative da parte statale, come (giustamente) la regolamentazione degli orari degli esercizi pubblici, la definizione di licenza di Ps per "locale notturno" (quello aperto dopo le 23°°), la suddivisione merceologica delle licenze (tutti provvedimenti sopravvissuti di 60/70 anni al fascismo, a dimostrazione della loro bontà), il n° "chiuso" di licenze rilasciabili per genere merceologico in ogni città... per il resto troviamo una normale economia capitalistica.
I padroni comandavano a bacchetta, il licenziamento era sempre ventilato come minaccia, la disciplina era d'acciaio, i sindacati erano di Regime quindi una mera bufala, e solo nel 1937 in un sussulto di rimorsi socialistoidi il Duce fè emettere una "carta del Lavoro" che avrebbe voluto essere un blando ed annacquato "statuto dei lavoratori".
Il termine liberal-fascismo suona come un ossimoro – o come un termine usato dai conservatori per offendere i progressisti.
In realtà, questa espressione è stata coniata da uno scrittore socialista, nientedimeno che lo stimato e influente H. G. Wells, il quale nel 1931 chiese ai compagni progressisti di diventare "liberal-fascisti " e "nazisti illuminati".
Essendo una ideologia statalista, il fascismo utilizza la politica come mezzo per trasformare la società composta da individui atomizzati in un insieme organico.
Così facendo, si eleva lo stato sull'individuo, le conoscenze specialistiche sulla democrazia, il consenso forzato sul dibattito e il socialismo sul capitalismo.
Il messaggio del fascismo può essere così sintetizzato: "Basta con le parole. Più azione!"
Il suo è un persistente appello ad agire.
Goldberg smonta pezzo per pezzo i programmi progressisti americani – razziali, economici, ambientalisti e perfino il "culto dell'integrazione organica" – e mostra le loro affinità con i programmi di Mussolini e Hitler.
Se questo sembra essere sorprendentemente non plausibile, si legga Liberal Fascism dalla prima all'ultima pagina per le sue colorite citazioni e per la convincente documentazione.
L'autore, finora conosciuto come un intelligente e sagace polemista, ha dimostrato di essere un grande pensatore politico.
Oltre a offrire una visione radicalmente differente per comprendere la politica moderna, in cui il termine fascista non è più calunnioso di quello socialista, lo straordinario libro di Goldberg offre ai conservatori i mezzi per replicare ai loro vessatori progressisti e per riuscire a passare all'offensiva.
Se i progressisti possono perennemente evocare lo spettro di Joseph McCarthy, i conservatori possono replicare con quello di Benito Mussolini.
Obama fascista.
L'esperienza del salvataggio dei giganti dell'auto negli Stati Uniti di oggi non implica che ogni salvataggio sia giustificato, perché il risultato finale dipende dalle aziende - se sono capaci o meno di tornare competitive senza aiuti pubblici.
All'epoca del salvataggio vi era chi accusava Obama di spingere gli Stati Uniti incredibile ma
vero, verso il “fascismo”.
L'argomentazione era quella che sostiene che mentre il Socialismo nazionalizza i mezzi di produzione, il Fascismo ne decide l'allocazione, mentre li lascia nelle mani dei privati.
Tuttavia la deriva “fascista” di Obama con le ultime vicende è scomparsa perché tutto (ossia il controllo dei mezzi di produzione) è tornato in mani private, senza che il Tesoro ci abbia rimesso (a fare bene i conti).
Quindi il Fascismo fu liberista?
Si lo fu fin dalle sue origini, lo fu fino al 1926/1927.
Ma il fascismo era di destra? No! Non lo era!
Attila Piccolo
Bibliografia :
Liberismo, protezionismo, fascismo. Un giudizio di Luigi Einaudi ...
www.inmondadori.it - 364 × 568 - Ricerca tramite immagine
Liberismo, protezionismo, fascismo. Un giudizio di Luigi Einaudi
Luca Michelini » Liberalismo, nazionalismo, fascismo. Stato e ...
lucamichelini.eu - 1767 × 2708 - Ricerca tramite immagine
Liberalismo, nazionalismo, fascismo. Stato e mercato, corporativismo e liberismo nel pensiero economico del nazionalismo italiano ...
mercoledì 22 gennaio 2014
Usa -Siria. Scenario storico, concettuale, evolutivo
di Attila Piccolo
Le strategie politico-militari che si stanno applicando nel raffronto Usa- Siria, focalizzando le origini, le cause, gli studi a sostegno, le variabili e gli eventuali scenari che si prospetteranno sullo scenario mondiale.
Duemila e cinquecento anni fa per spiegare la volontà dei generali ateniesi di voler conquistare l'isola di Melo e massacrare i suoi abitanti e ridurli in schiavitù, Tucidide, disse: " I potenti fanno quello che possono e ai deboli tocca dichiararsi d'accordo".
La guerra e l'uso della forza sono caratteristiche endemiche della storia umana ragione per cui la storia politica è fatta spesso di guerre e conquiste.
Genghis Khan nell'Asia centrale, i Conquistadores spagnoli nelle americhe con Cortés e Francisco Pizarro erano spinti dall'avidità sfrenata di possesso, dal dominio. Ma anche le idee hanno un ruolo nelle guerre e nelle conquiste come l'espansione del'Islam dopo la morte di Maometto, le crociate cristiane nel medioevo, il nazionalismo e l'autodeterminazione dopo l'ottocento.
In India meno di centomila soldati ed amministratori britannici governavano su trecento milioni di indiani.
Il segreto non era solo nelle armi ma anche nella capacità di dividere la popolazione sottomessa e di arruolarne una parte per farne un alleato locale.
L'attuale dottrina militare anti-insurrezionale sottolinea l'importanza di " conquistare i cuori e le menti" della popolazione. per comprendere il potere militare, dobbiamo capire che il successo non si spiega soltanto col fatto di avere a disposizione armi più potenti di quelle del nemico, come in questo momento gli Usa con la Siria.
Stiamo assistendo in questo contesto alla natura anarchica della politica internazionale e l'assenza di un'autorità sovranazionale a cui gli Stati possono rivolgersi : Onu per esempio, nel momento in cui Usa, Gran Bretagna, Francia decidono indipendentemente di agire e l'attore che depone le armi mentre gli altri restano armati difficlimente riuscirà a sopravvivere in condizioni di anarchia come la Siria contro i Paesi sopraccitati.
L'attore Siria che vuole provvedere alla sua sicurezza ad alla sua sopravvivenza deve sviluppare le proprie risorse militari attraverso la crescita, metterle in azione e stringere alleanze ad esempio con l'Iran per controbilanciare il potere degli altri.
Nel futuro, il National Intelligence Council ( l'organismo che compila le stime per il presidente degli Stati Uniti) sostiene che nel XXI secolo l'utilità della forza militare tenderà a diminuire.
Per quali ragioni?
La prima, è che gli strumenti per eccellenza della forza militare, gli arsenali nucleari delle potenze, hanno avuto uno sviluppo eccessivo. Le testate un tempo erano oltre cinquantamila e non vengono utilizzate in guerra dal 1945.
Nessun obiettivo politico, anche se ragionevole può giustificare la devastazione inflitta dalle armi atomiche ed i leader politici sono riluttanti ad utilizzarle. La forza militare nella sua forza suprema è quindi troppo onerosa sia sul piano morale, sia per il rischio devastante di ritorsione per poter essere impiegata in una guerra tra Stati.
Gli arsenali nucleari se ancora non lo si è capito rimangono importanti nella politica mondiale ma non per scopi bellici...
La seconda ragione che spiega il declino del potere militare è che governare una popolazione insorta e motivata da spinte nazionaliste utilizzando le forze convenzionali è diventato più costoso.
L'occupazione ha infatti il potere di cementare in altre circostanze una popolazione divisa.
E la dominazione straniera è molto onerosa in un'era di comunicazione sociale su vasta scala, perchè già nel secolo scorso se riflettete, la stampa ed i mezzi di comunicazione di massa permettevano alle popolazioni locali di acquistare consapevolezza e rafforzare la propria identità, una tendenza che si è rafforzata nell'era di internet.
Nell' Ottocento la Francia, conquistò l'Algeria con 34.00 soldati, ma un secolo dopo perse il controllo della colonia nonostante 600.000 uomini.
Gli strumenti a disposizione degli insorti contro l' invasore,come le autobombe e gli ordigni improvvisati , sono molto più economici di quelli usati dagli invasori.
La terza ragione è che l'uso della forza miltare si scontra con ostacoli interni, nel corso degli anni nelle società si è sempre più sviluppata un'etica antimilitarista come ad esempio in Europa e in Giappone rispetto agli Stati Uniti.
Nel 1990 ad esempio quando si pianificò la prima guerra nel Golfo, misero in conto una perdita di diecimila soldati, ma non tollerarono perdite in Somalia o in Kosovo, due Paesi non altrettanto rilevanti per gli interessi nazionali americani e la disponibilità ad accettare la perdita di vite umane dipende dalle prospettive di successo tanto più se il ricorso all'uso della forza viene ritenuto ingiusto o illegitimo e quindi gravoso.
La forza rimane comunque uno strumento cruciale nella politica internazionale, ma non è certo l'unico.
I terroristi sono meno sensibili delle autorità nazionali a considerazioni di ordine morale.
Prima dell'11 settembre ad Amburgo esisteva un'importante cellula di Al-Qaeda, ma non era possibile bombardare la città.
La guerra e la forza hanno perduto importanza ma stanno assumendo nuove forme.
I teorici militari hanno proposto la nozione di " Guerra di quarta generazione" che non ha campi di battaglia in cui la distinzione tra civili e militari tende a scomparire.
Secondo questa tesi, la guerra di prima generazione risppecchiava le tattiche di linea e colonna adottate dopo la Rivoluzione Francese.
La guerra di seconda generazione finita con la prima guerra Mondiale, faceva un uso massiccio della potenza di fuoco, secondo cui l' Artiglieria conquista e la fanteria occupa.
La guerra di terza generazione nacque nelle dalle tattiche sviluppate sviluppate dai tedeschi nel 1918 per porre fine alla situazione di stallo nella guerra di tricea e successivamente prfezionate che permise alla Germania di sconfiggere le più consistenti forze corazzate francesi e britanniche nella conquista della Francia del 1940.
Nella guerra di quarta generazione tutto è focalizzato sulla società del nemico e sulla sua volontà di politica di combattere.
In tutte le quattro generazioni è da notare la progressiva commistione tra fronte militare e retrovia civile.
Nelle due guerre mondiali del Novecento, sette stati misero in campo più di cento milioni di uomini e combatterono in ogni angolo del pianeta in una guerra totale con operazioni talmente grandi e spietate da lasciare sul terreno tra quaranta e sessanta milioni di vittime.
Poi, il 6 agosto 1945, cadde la prima bomba atomica, cambiando il mondo per sempre.
Poi, la guerra totale lasciò il posto a conflitti più limitati come la Guerra di Corea.
Truman che ordinò le due atomiche in Giappone per porre fine alla seconda guerra mondiale non fece la stessa cosa in Corea così anche Eisenhower.
Poi tra il 1945 ed il 2002 si sono registrati 226 importanti conflitti tra Stati e gruppi armati,i quali possono essere divisi in insorti, terroristi, milizie ed organizzazioni criminali.
I conflitti non vengono decisi sui campi di battaglia convenzionali tra eserciti tradizionali, ma diventano guerre ibride, tra armi convenzionali, tattiche irregolari, terrorismo.
Nelle guerre ibride forze irregolari e convenzionali, combattenti e civili, distruzione fisica e guerra d'informazione sono intrecciati, inolttre grazie alla presenza di fotocamere su ogni telefono cellulare e di Photoshop su ogni computer. la guerra d'informazione è onnipresente.
Dopo lo smantellamento dell' Unione Sovietica, gli Stati Uniti vantavano una superiorità schiacciante nella guerra convenzioanle come ha dimostrato l'operazione " Desert Storm" ("tempesta del deserto") nel 1991 al costo di soli 148 caduti statunitensi. Nella guerra del Kosovo contro la Serbia el 1999, gli Stati Uniti vinsero senza neppure una perdita, grazie alla superiorità aerea. Di fronte a questa superiorità gli avversari non si arresero ma adottarono tattiche non convenzionali per contrastare la superiorità americana.
Gli strateghi cinesi, consapevoli che uno scontro convenzionale con gli Stati Uniti sarebbe una follia, hanno sviluppato una strategia di " guerra senza limiti" che coniuga strumenti elettronici, diplomatici, informatici, paraterroristici, economici e di propaganda pe raggirare e sfiancare i sistemi americani.
Come ha affermato un ufficiale cinese: " la prima regola della guerra senza limiti è che non ci sono regole".
Lo sviluppo di tattiche non convenzionali non è una novità, è una prassi vecchia di duemila anni che può essere fatta risaire a Sun Tzu, applicato in tutto il mondo anche nelle guerre aziendali e che io applico in campo aziendale ma non solo dal 1998. Sun Tzu è famoso per aver affermato che è meglio vincere senza dover combattere.
Ma i governi non sono i soli guerrieri ad aver fatto propria questa antica perla di saggezza.
Gli stessi terroristi hanno capito che non possono sperare di competere con il governo di un grande paese e seguono il principio dei lottatori di Jijitsu che sfruttano la forza dell'avversario per attaccarlo.
Le azioni sono studiate per provocare indignazione e reazioni sproporzionate da parte del più forte.
Questa era la strategia di Osama Bin Laden per minare la credibiltà degli Stati Uniti, indebolire le alleanze nel mondo musulmano e portare infine allo sfinimento.
Gli Usa sono caduti in questa trappola in Iraq ed hanno rinunciato a consolidare i loro primi successi in Afghanistan perchè Al-Qaeda segue una tattica di "istigatore in capo" piuttosto che di "comandante in capo".
Gli Stati Uniti si sono adattati molto lentamente a questi cambiamenti.
Dopo il crollo dell' Unione Sovietica, gli Usa avevano un bilancio militare molto superiore a quello di tutti gli altri paesi messi insieme.
Negli anni Novanta la strategia militare statunitense era nelle condizioni di combattere e vincere contemporaneamente due guerre convenzionali per esempio Iraq e Corea del Nord.
Ma la superiorità tecnologica vantata dagli Usa col tempo negli ultimi anni veniva raggiunta ed aggirata perchè gli avversari si sarebbero appropriati dei vantaggi statunitensi in fatto di robotica e di droni, gli aerei senza pilota.
Nel 2009 gli americani hano scoperto che gli insorti riuscivano a piratare i dati scaricati dai predator, gli aerei teleguidati a pilotaggio remoto, usando un software dal costo inferiore a 30 dollari...
Ed a causa della crescente dipendenza dai complessi sistemi satellitari controllati da reti informatiche, gli Stati Uniti sono diventati più vulnerabili di alcuni loro avversari.
La campagna americana condotta all'iizio in Iraq con la tattica detta " shock and awe" ("colpisci e sgomenta "), si basava sull'uso di bombe intelligenti per colpire con precisione un bersaglio, ma nella fase successiva, utilizzando autobombe ed ordigni esplosivi improvvisati anche gli insorti hanno combattuto con bombe intelligenti ed efficaci ed a basso costo.
Nel 2006 le Forze Armate Statunitensi hanno riscoperto gli insegnamenti della dottrina anti-insurrezionale dimenticata dopo la guera in Vietnam, poi superata dalla guerra high-tech ed infine relegata solo alle Forze Speciali, il generale David Petraeus, ha attinto all'esperienza britannica, francese, vietnamita dando la massima priorità a conquistare la popolazione civile anzichè distruggere il nemico.
La vera battaglia è diventata quella per guadagnare il sostegno della popolazione, prosciugando così il "mare" in cui nuotano i " pesci" insorti. La dottrina anti-insurrezionale sminuisce l'importanza delle azioni offensive e ribadisce la necessità di " conquistare i cuori e le menti" della popolazione civile.
Una rottura netta con la dottrina Weinberger-Powell che predicava l'uso schiacciante e decisivo della forze offensive. La forza in certi casi è tanto meno efficace quanto più la si usa.
Questa tendenza non è esclusivamente americana, il presidente della Repubblica russa di Inguscenzia afferma che. " nella lotta al terrorismo le punizioni dovrebbero rappresentare appena l'1% dei provvedimenti, il restante 99% dovrebbe essere persuasione, persuasione, persuasione".
In Afghanistan un talebano ha detto : " sarà che voi avete gli orologi, ma noi abbiamo il tempo".
Nella relazione della Rand Corporation, si legge : " La principale debolezza nella lotta contro i rivoltosi islamici non è la potenza di fuoco degli Stati Uniti,, bensì l'inettitudine e l'illeggitimità di quei regimi che dovrebbero rappresentare l'alternativa alla tirannia religiosa".
Se un Paese piccolo sa di non poter sconfiggere un avversario più forte, difficilmente porrà all' ordine del giorno la decisione di attaccarlo ma così non è con la Siria, questo lascia supporre una Forza importante ma questo già si evince perchè le punte di eccellenza sono nella 4/a Divisione corazzata e nella Guardia Repubblicana reparti fedelissimi al rais Bashar Assad e guidati dal fratello Maher. E anche il sistema di difesa aereo si presenta molto esteso e stratificato, senza dimenticare le forze paramilitari ed i servizi segreti. L’esercito del regime ha attualmente un organico di 200-215.000 unità, alle quali vanno aggiunti circa 150mila riservisti mobilitati in caso di emergenze. La Syrian Arab Force è una delle principali aeronautiche mediorientali: avrebbe circa 40mila uomini e circa 400 velivoli tra intercettori, caccia e ricognitori, oltre ad una settantinadi elicotteri d'attacco e ai velivoli di trasporto ecollegamento.. Un ruolo importante durante questi mesi di crisi è stato giocato anche dalla milizia del Baath e dalla Shabiha, una sorta di organizzazione mafiosa che ha forti legami con la famiglia Assad. Quanto alle armi, la preoccupazione maggiore riguarda proprio quelle che vengono contestate al regime siriano. L'arsenale chimico sarebbe il più grande del Medioriente e il quarto al mondo. Una dotazione imponente e tenuta rigorosamente top secret, dovuta in gran parte alla necessità di compensare forze convenzionali inferiori a quelle dei Paesi maggiormente armati, come il ‘nemico storico’ Israele. Si tratterebbe di una disponibilità fra le 500 e le mille tonnellate cubiche di “aggressivi chimici”.
I missili balistici caricati chimicamente sarebbero fra le 50 e le 100 unità. Ma definire con certezza entità e qualità dell’arsenale chimico siriano – avverte il rapporto – non è semplice poiché le notizie certe e verificabili in merito scarseggiano.
Quindi la legittimità per un intervento armato deve poggiare su basi ragioni morali e deve far riflettere su queste dotazioni di gas letali, un pericolo per l'intera Europa alleata degli Usa.
La teoria della guerra giusta come giusta causa durante lo stesso intervento va confermata e riconfermata non ad esempio ponendola a rischio come accadde ad Abu Ghraib in Iraq ed altre situazioni simili che non sono biodegrabili.
il generale Petraus ha detto: " In Iraq abbiamo ribadito il concetto che non basta uccidere o fare prigionieri per avere il sopravvento su un movimento insurrezionale su scala industriale".
La legittimità è particolarmente importante nelle strategie anti-surrezionali, perchè la sfida più grande della leadership militare moderna è la dimensione etica in cui conta in modo importante il numero dei civili che vengono involontariamente colpiti.
Ad esempio la sconfitta della Francia in Algeria negli anni Cinquanta fu causata dal ricorso alla tortura e dall'uso indiscriminato della forza da parte dei militari sulla popolazione.
Ciò che stanno predisponendo gli Usa in questi giorni è la " diplomazia coercitiva".
E' una minaccia, il cui fallimento comporterà un costo, sia perchè incoraggierà la resistenza del destinatario, la Siria, sia perchè influenzerà negativamente gli osservatori esterni, sul risultato.
Il dispiegamento di mezzi aerei e navali come in questo caso, è un classico esempio di diplomazia coercitiva, le risorse navali in particolare e lo stiamo constatando, hanno il vantaggio di muoversi liberamente nelle acque internazionali, come del resto sta facendo la Russia di Putin.
Uno studio condotto su 215 casi d'impiego " della forza senza scendere in guerra" degli Stati Uniti, ha rivelato che in oltre metà dei casi sono state movimentate solo unità navali mentre nei restanti casi sono state dispiegate unità terrestri o aeronautiche.
Recentemente la Marina statunitense ha elaborato un documento " A Corporative Strategy for 21 st Century Seapower" sul ruolo delle forze navali in alleanza con altri Stati.
Riflette su questo.
In conclusione, leggo in questi giorni in Rete aspre critiche al premio Nobel per la pace Obama.
Ma forse si dimentica che Barack Obama nel discorso di accettazione del premio Nobel, nel 2009, ha detto :
" Dobbiamo iniziare a riconoscere l'amara verità che non riusciremo a eliminare il conflitto violento nel corso della nostra vita. Vi saranno momenti in cui le nazioni, agendo individualmente o di concerto, troveranno non solo necessario ma anche moralmente giustificato ricorrere all'uso della forza".
Il potere militare resterà una componente di potere cruciale nella politica mondiale.
Attila Piccolo
Le strategie politico-militari che si stanno applicando nel raffronto Usa- Siria, focalizzando le origini, le cause, gli studi a sostegno, le variabili e gli eventuali scenari che si prospetteranno sullo scenario mondiale.
Duemila e cinquecento anni fa per spiegare la volontà dei generali ateniesi di voler conquistare l'isola di Melo e massacrare i suoi abitanti e ridurli in schiavitù, Tucidide, disse: " I potenti fanno quello che possono e ai deboli tocca dichiararsi d'accordo".
La guerra e l'uso della forza sono caratteristiche endemiche della storia umana ragione per cui la storia politica è fatta spesso di guerre e conquiste.
Genghis Khan nell'Asia centrale, i Conquistadores spagnoli nelle americhe con Cortés e Francisco Pizarro erano spinti dall'avidità sfrenata di possesso, dal dominio. Ma anche le idee hanno un ruolo nelle guerre e nelle conquiste come l'espansione del'Islam dopo la morte di Maometto, le crociate cristiane nel medioevo, il nazionalismo e l'autodeterminazione dopo l'ottocento.
In India meno di centomila soldati ed amministratori britannici governavano su trecento milioni di indiani.
Il segreto non era solo nelle armi ma anche nella capacità di dividere la popolazione sottomessa e di arruolarne una parte per farne un alleato locale.
L'attuale dottrina militare anti-insurrezionale sottolinea l'importanza di " conquistare i cuori e le menti" della popolazione. per comprendere il potere militare, dobbiamo capire che il successo non si spiega soltanto col fatto di avere a disposizione armi più potenti di quelle del nemico, come in questo momento gli Usa con la Siria.
Stiamo assistendo in questo contesto alla natura anarchica della politica internazionale e l'assenza di un'autorità sovranazionale a cui gli Stati possono rivolgersi : Onu per esempio, nel momento in cui Usa, Gran Bretagna, Francia decidono indipendentemente di agire e l'attore che depone le armi mentre gli altri restano armati difficlimente riuscirà a sopravvivere in condizioni di anarchia come la Siria contro i Paesi sopraccitati.
L'attore Siria che vuole provvedere alla sua sicurezza ad alla sua sopravvivenza deve sviluppare le proprie risorse militari attraverso la crescita, metterle in azione e stringere alleanze ad esempio con l'Iran per controbilanciare il potere degli altri.
Nel futuro, il National Intelligence Council ( l'organismo che compila le stime per il presidente degli Stati Uniti) sostiene che nel XXI secolo l'utilità della forza militare tenderà a diminuire.
Per quali ragioni?
La prima, è che gli strumenti per eccellenza della forza militare, gli arsenali nucleari delle potenze, hanno avuto uno sviluppo eccessivo. Le testate un tempo erano oltre cinquantamila e non vengono utilizzate in guerra dal 1945.
Nessun obiettivo politico, anche se ragionevole può giustificare la devastazione inflitta dalle armi atomiche ed i leader politici sono riluttanti ad utilizzarle. La forza militare nella sua forza suprema è quindi troppo onerosa sia sul piano morale, sia per il rischio devastante di ritorsione per poter essere impiegata in una guerra tra Stati.
Gli arsenali nucleari se ancora non lo si è capito rimangono importanti nella politica mondiale ma non per scopi bellici...
La seconda ragione che spiega il declino del potere militare è che governare una popolazione insorta e motivata da spinte nazionaliste utilizzando le forze convenzionali è diventato più costoso.
L'occupazione ha infatti il potere di cementare in altre circostanze una popolazione divisa.
E la dominazione straniera è molto onerosa in un'era di comunicazione sociale su vasta scala, perchè già nel secolo scorso se riflettete, la stampa ed i mezzi di comunicazione di massa permettevano alle popolazioni locali di acquistare consapevolezza e rafforzare la propria identità, una tendenza che si è rafforzata nell'era di internet.
Nell' Ottocento la Francia, conquistò l'Algeria con 34.00 soldati, ma un secolo dopo perse il controllo della colonia nonostante 600.000 uomini.
Gli strumenti a disposizione degli insorti contro l' invasore,come le autobombe e gli ordigni improvvisati , sono molto più economici di quelli usati dagli invasori.
La terza ragione è che l'uso della forza miltare si scontra con ostacoli interni, nel corso degli anni nelle società si è sempre più sviluppata un'etica antimilitarista come ad esempio in Europa e in Giappone rispetto agli Stati Uniti.
Nel 1990 ad esempio quando si pianificò la prima guerra nel Golfo, misero in conto una perdita di diecimila soldati, ma non tollerarono perdite in Somalia o in Kosovo, due Paesi non altrettanto rilevanti per gli interessi nazionali americani e la disponibilità ad accettare la perdita di vite umane dipende dalle prospettive di successo tanto più se il ricorso all'uso della forza viene ritenuto ingiusto o illegitimo e quindi gravoso.
La forza rimane comunque uno strumento cruciale nella politica internazionale, ma non è certo l'unico.
I terroristi sono meno sensibili delle autorità nazionali a considerazioni di ordine morale.
Prima dell'11 settembre ad Amburgo esisteva un'importante cellula di Al-Qaeda, ma non era possibile bombardare la città.
La guerra e la forza hanno perduto importanza ma stanno assumendo nuove forme.
I teorici militari hanno proposto la nozione di " Guerra di quarta generazione" che non ha campi di battaglia in cui la distinzione tra civili e militari tende a scomparire.
Secondo questa tesi, la guerra di prima generazione risppecchiava le tattiche di linea e colonna adottate dopo la Rivoluzione Francese.
La guerra di seconda generazione finita con la prima guerra Mondiale, faceva un uso massiccio della potenza di fuoco, secondo cui l' Artiglieria conquista e la fanteria occupa.
La guerra di terza generazione nacque nelle dalle tattiche sviluppate sviluppate dai tedeschi nel 1918 per porre fine alla situazione di stallo nella guerra di tricea e successivamente prfezionate che permise alla Germania di sconfiggere le più consistenti forze corazzate francesi e britanniche nella conquista della Francia del 1940.
Nella guerra di quarta generazione tutto è focalizzato sulla società del nemico e sulla sua volontà di politica di combattere.
In tutte le quattro generazioni è da notare la progressiva commistione tra fronte militare e retrovia civile.
Nelle due guerre mondiali del Novecento, sette stati misero in campo più di cento milioni di uomini e combatterono in ogni angolo del pianeta in una guerra totale con operazioni talmente grandi e spietate da lasciare sul terreno tra quaranta e sessanta milioni di vittime.
Poi, il 6 agosto 1945, cadde la prima bomba atomica, cambiando il mondo per sempre.
Poi, la guerra totale lasciò il posto a conflitti più limitati come la Guerra di Corea.
Truman che ordinò le due atomiche in Giappone per porre fine alla seconda guerra mondiale non fece la stessa cosa in Corea così anche Eisenhower.
Poi tra il 1945 ed il 2002 si sono registrati 226 importanti conflitti tra Stati e gruppi armati,i quali possono essere divisi in insorti, terroristi, milizie ed organizzazioni criminali.
I conflitti non vengono decisi sui campi di battaglia convenzionali tra eserciti tradizionali, ma diventano guerre ibride, tra armi convenzionali, tattiche irregolari, terrorismo.
Nelle guerre ibride forze irregolari e convenzionali, combattenti e civili, distruzione fisica e guerra d'informazione sono intrecciati, inolttre grazie alla presenza di fotocamere su ogni telefono cellulare e di Photoshop su ogni computer. la guerra d'informazione è onnipresente.
Dopo lo smantellamento dell' Unione Sovietica, gli Stati Uniti vantavano una superiorità schiacciante nella guerra convenzioanle come ha dimostrato l'operazione " Desert Storm" ("tempesta del deserto") nel 1991 al costo di soli 148 caduti statunitensi. Nella guerra del Kosovo contro la Serbia el 1999, gli Stati Uniti vinsero senza neppure una perdita, grazie alla superiorità aerea. Di fronte a questa superiorità gli avversari non si arresero ma adottarono tattiche non convenzionali per contrastare la superiorità americana.
Gli strateghi cinesi, consapevoli che uno scontro convenzionale con gli Stati Uniti sarebbe una follia, hanno sviluppato una strategia di " guerra senza limiti" che coniuga strumenti elettronici, diplomatici, informatici, paraterroristici, economici e di propaganda pe raggirare e sfiancare i sistemi americani.
Come ha affermato un ufficiale cinese: " la prima regola della guerra senza limiti è che non ci sono regole".
Lo sviluppo di tattiche non convenzionali non è una novità, è una prassi vecchia di duemila anni che può essere fatta risaire a Sun Tzu, applicato in tutto il mondo anche nelle guerre aziendali e che io applico in campo aziendale ma non solo dal 1998. Sun Tzu è famoso per aver affermato che è meglio vincere senza dover combattere.
Ma i governi non sono i soli guerrieri ad aver fatto propria questa antica perla di saggezza.
Gli stessi terroristi hanno capito che non possono sperare di competere con il governo di un grande paese e seguono il principio dei lottatori di Jijitsu che sfruttano la forza dell'avversario per attaccarlo.
Le azioni sono studiate per provocare indignazione e reazioni sproporzionate da parte del più forte.
Questa era la strategia di Osama Bin Laden per minare la credibiltà degli Stati Uniti, indebolire le alleanze nel mondo musulmano e portare infine allo sfinimento.
Gli Usa sono caduti in questa trappola in Iraq ed hanno rinunciato a consolidare i loro primi successi in Afghanistan perchè Al-Qaeda segue una tattica di "istigatore in capo" piuttosto che di "comandante in capo".
Gli Stati Uniti si sono adattati molto lentamente a questi cambiamenti.
Dopo il crollo dell' Unione Sovietica, gli Usa avevano un bilancio militare molto superiore a quello di tutti gli altri paesi messi insieme.
Negli anni Novanta la strategia militare statunitense era nelle condizioni di combattere e vincere contemporaneamente due guerre convenzionali per esempio Iraq e Corea del Nord.
Ma la superiorità tecnologica vantata dagli Usa col tempo negli ultimi anni veniva raggiunta ed aggirata perchè gli avversari si sarebbero appropriati dei vantaggi statunitensi in fatto di robotica e di droni, gli aerei senza pilota.
Nel 2009 gli americani hano scoperto che gli insorti riuscivano a piratare i dati scaricati dai predator, gli aerei teleguidati a pilotaggio remoto, usando un software dal costo inferiore a 30 dollari...
Ed a causa della crescente dipendenza dai complessi sistemi satellitari controllati da reti informatiche, gli Stati Uniti sono diventati più vulnerabili di alcuni loro avversari.
La campagna americana condotta all'iizio in Iraq con la tattica detta " shock and awe" ("colpisci e sgomenta "), si basava sull'uso di bombe intelligenti per colpire con precisione un bersaglio, ma nella fase successiva, utilizzando autobombe ed ordigni esplosivi improvvisati anche gli insorti hanno combattuto con bombe intelligenti ed efficaci ed a basso costo.
Nel 2006 le Forze Armate Statunitensi hanno riscoperto gli insegnamenti della dottrina anti-insurrezionale dimenticata dopo la guera in Vietnam, poi superata dalla guerra high-tech ed infine relegata solo alle Forze Speciali, il generale David Petraeus, ha attinto all'esperienza britannica, francese, vietnamita dando la massima priorità a conquistare la popolazione civile anzichè distruggere il nemico.
La vera battaglia è diventata quella per guadagnare il sostegno della popolazione, prosciugando così il "mare" in cui nuotano i " pesci" insorti. La dottrina anti-insurrezionale sminuisce l'importanza delle azioni offensive e ribadisce la necessità di " conquistare i cuori e le menti" della popolazione civile.
Una rottura netta con la dottrina Weinberger-Powell che predicava l'uso schiacciante e decisivo della forze offensive. La forza in certi casi è tanto meno efficace quanto più la si usa.
Questa tendenza non è esclusivamente americana, il presidente della Repubblica russa di Inguscenzia afferma che. " nella lotta al terrorismo le punizioni dovrebbero rappresentare appena l'1% dei provvedimenti, il restante 99% dovrebbe essere persuasione, persuasione, persuasione".
In Afghanistan un talebano ha detto : " sarà che voi avete gli orologi, ma noi abbiamo il tempo".
Nella relazione della Rand Corporation, si legge : " La principale debolezza nella lotta contro i rivoltosi islamici non è la potenza di fuoco degli Stati Uniti,, bensì l'inettitudine e l'illeggitimità di quei regimi che dovrebbero rappresentare l'alternativa alla tirannia religiosa".
Se un Paese piccolo sa di non poter sconfiggere un avversario più forte, difficilmente porrà all' ordine del giorno la decisione di attaccarlo ma così non è con la Siria, questo lascia supporre una Forza importante ma questo già si evince perchè le punte di eccellenza sono nella 4/a Divisione corazzata e nella Guardia Repubblicana reparti fedelissimi al rais Bashar Assad e guidati dal fratello Maher. E anche il sistema di difesa aereo si presenta molto esteso e stratificato, senza dimenticare le forze paramilitari ed i servizi segreti. L’esercito del regime ha attualmente un organico di 200-215.000 unità, alle quali vanno aggiunti circa 150mila riservisti mobilitati in caso di emergenze. La Syrian Arab Force è una delle principali aeronautiche mediorientali: avrebbe circa 40mila uomini e circa 400 velivoli tra intercettori, caccia e ricognitori, oltre ad una settantinadi elicotteri d'attacco e ai velivoli di trasporto ecollegamento.. Un ruolo importante durante questi mesi di crisi è stato giocato anche dalla milizia del Baath e dalla Shabiha, una sorta di organizzazione mafiosa che ha forti legami con la famiglia Assad. Quanto alle armi, la preoccupazione maggiore riguarda proprio quelle che vengono contestate al regime siriano. L'arsenale chimico sarebbe il più grande del Medioriente e il quarto al mondo. Una dotazione imponente e tenuta rigorosamente top secret, dovuta in gran parte alla necessità di compensare forze convenzionali inferiori a quelle dei Paesi maggiormente armati, come il ‘nemico storico’ Israele. Si tratterebbe di una disponibilità fra le 500 e le mille tonnellate cubiche di “aggressivi chimici”.
I missili balistici caricati chimicamente sarebbero fra le 50 e le 100 unità. Ma definire con certezza entità e qualità dell’arsenale chimico siriano – avverte il rapporto – non è semplice poiché le notizie certe e verificabili in merito scarseggiano.
Quindi la legittimità per un intervento armato deve poggiare su basi ragioni morali e deve far riflettere su queste dotazioni di gas letali, un pericolo per l'intera Europa alleata degli Usa.
La teoria della guerra giusta come giusta causa durante lo stesso intervento va confermata e riconfermata non ad esempio ponendola a rischio come accadde ad Abu Ghraib in Iraq ed altre situazioni simili che non sono biodegrabili.
il generale Petraus ha detto: " In Iraq abbiamo ribadito il concetto che non basta uccidere o fare prigionieri per avere il sopravvento su un movimento insurrezionale su scala industriale".
La legittimità è particolarmente importante nelle strategie anti-surrezionali, perchè la sfida più grande della leadership militare moderna è la dimensione etica in cui conta in modo importante il numero dei civili che vengono involontariamente colpiti.
Ad esempio la sconfitta della Francia in Algeria negli anni Cinquanta fu causata dal ricorso alla tortura e dall'uso indiscriminato della forza da parte dei militari sulla popolazione.
Ciò che stanno predisponendo gli Usa in questi giorni è la " diplomazia coercitiva".
E' una minaccia, il cui fallimento comporterà un costo, sia perchè incoraggierà la resistenza del destinatario, la Siria, sia perchè influenzerà negativamente gli osservatori esterni, sul risultato.
Il dispiegamento di mezzi aerei e navali come in questo caso, è un classico esempio di diplomazia coercitiva, le risorse navali in particolare e lo stiamo constatando, hanno il vantaggio di muoversi liberamente nelle acque internazionali, come del resto sta facendo la Russia di Putin.
Uno studio condotto su 215 casi d'impiego " della forza senza scendere in guerra" degli Stati Uniti, ha rivelato che in oltre metà dei casi sono state movimentate solo unità navali mentre nei restanti casi sono state dispiegate unità terrestri o aeronautiche.
Recentemente la Marina statunitense ha elaborato un documento " A Corporative Strategy for 21 st Century Seapower" sul ruolo delle forze navali in alleanza con altri Stati.
Riflette su questo.
In conclusione, leggo in questi giorni in Rete aspre critiche al premio Nobel per la pace Obama.
Ma forse si dimentica che Barack Obama nel discorso di accettazione del premio Nobel, nel 2009, ha detto :
" Dobbiamo iniziare a riconoscere l'amara verità che non riusciremo a eliminare il conflitto violento nel corso della nostra vita. Vi saranno momenti in cui le nazioni, agendo individualmente o di concerto, troveranno non solo necessario ma anche moralmente giustificato ricorrere all'uso della forza".
Il potere militare resterà una componente di potere cruciale nella politica mondiale.
Attila Piccolo
ITALIA : RECESSO DALL' UME
L'articolo " Rinaldi: Come uscire dall'Euro. L'Italia si ferma a Maggio 2014" a firma di Domenico Galardo, apparso sul blog :
" Indipendenza Italiana - Tea Party Italy" :
http://indipendenzaitaliana.blogspot.it/2013/06/rinaldi-come-uscire-dalleuro-litalia-si.html;
e pubblicato su" Piazza del Dissenso" :
https://www.facebook.com/groups/170303489795797/190325111126968/?notif_t=like.
Un lavoro ed un'analisi molto accurati con introsperzione, competenza e critica, esigono un mio intervento che augurabilmente possa essere associato sugli stessi standard di qualità, concentrandosi a partire dall'atto primo, supremo, di nascita per inquadrare il problema evidenziato testè, dalle origini alle possibili conseguenze e derivate.
Il 9 maggio 2011, ho partecipato ad un importante Seminario Formativo assieme all'on. Barbara Matera :
"ORIGINI DELLE ISTITUZIONI EUROPEE E IL LORO FUNZIONAMENTO "
Con la presenza di cattedratici, Ordinari d' Università (quindi la voce critica) e deputati europei e Dirigenti della Comunità Europea.
Si sono affrontate tematiche e chiarite alcune dinamiche che al contrario ed erroneamente vengono adoperate sul web da internauti in modo dogmatico e senza alcun fondamento.
Queste sono poi state attualizzate ed integrate in questo mio lavoro.
L'Unione Monetaria Europea ( UME ) nasce disgiunta da un' Unione politica (che notoriamente viene espressa in Stato federale quando entrambe sono associate).
Al contrario questa Unione monetaria europea è un caso estremo d'integrazione tra due o più stati Sovrani.
Diversamente se l' Unione monetaria è associata ad un Unione politica (si pensi esemplificativamente agli USA), la stessa Unione monetaria nel tempo può espandersi e/o contrarsi con l'adesione o la fuoriscita di uno o più Stati, è quanto peraltro previsto nel Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1 dicembre 2009.
Questa premessa c'impone di chiarire la natura giuridica dell' Unione europea e valutare la distinzione tra Stato federale ed un sistema di uno stato qual'e' l'Unione europea, rimasta una sorta di "ircocervo", la parola " ircocervo" deriva dal latino incorcervus, parola composta da " hircus" ("cervo") e " cervus" ("cervo") e descrive un animale mitologico per metà cervo e per metà caprone. Una chimerica assurdità, quale di fatto è l'Unione Europea appare con istituzioni che ancora possiedono il diritto di veto, tipico del "sistema confederale" ma con una Banca Centrale Europea cui aderiscono i paesi membri che hanno accettato l'Euro e hanno rinunciato alla sovranità monetaria nazionale. Insomma la moneta unica, l'Euro come il Dollaro, costituisce un presupposto del sistema federale, oppure il punto di passaggio dal confederalismo quale appare, al federalismo, come accade negli Stati Uniti con la costituzione di Filadelfia e poi con la creazione del Dollaro e poi di una Corte Federale.
" Indipendenza Italiana - Tea Party Italy" :
http://indipendenzaitaliana.blogspot.it/2013/06/rinaldi-come-uscire-dalleuro-litalia-si.html;
e pubblicato su" Piazza del Dissenso" :
https://www.facebook.com/groups/170303489795797/190325111126968/?notif_t=like.
Un lavoro ed un'analisi molto accurati con introsperzione, competenza e critica, esigono un mio intervento che augurabilmente possa essere associato sugli stessi standard di qualità, concentrandosi a partire dall'atto primo, supremo, di nascita per inquadrare il problema evidenziato testè, dalle origini alle possibili conseguenze e derivate.
Il 9 maggio 2011, ho partecipato ad un importante Seminario Formativo assieme all'on. Barbara Matera :
"ORIGINI DELLE ISTITUZIONI EUROPEE E IL LORO FUNZIONAMENTO "
Con la presenza di cattedratici, Ordinari d' Università (quindi la voce critica) e deputati europei e Dirigenti della Comunità Europea.
Si sono affrontate tematiche e chiarite alcune dinamiche che al contrario ed erroneamente vengono adoperate sul web da internauti in modo dogmatico e senza alcun fondamento.
Queste sono poi state attualizzate ed integrate in questo mio lavoro.
L'Unione Monetaria Europea ( UME ) nasce disgiunta da un' Unione politica (che notoriamente viene espressa in Stato federale quando entrambe sono associate).
Al contrario questa Unione monetaria europea è un caso estremo d'integrazione tra due o più stati Sovrani.
Diversamente se l' Unione monetaria è associata ad un Unione politica (si pensi esemplificativamente agli USA), la stessa Unione monetaria nel tempo può espandersi e/o contrarsi con l'adesione o la fuoriscita di uno o più Stati, è quanto peraltro previsto nel Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1 dicembre 2009.
Questa premessa c'impone di chiarire la natura giuridica dell' Unione europea e valutare la distinzione tra Stato federale ed un sistema di uno stato qual'e' l'Unione europea, rimasta una sorta di "ircocervo", la parola " ircocervo" deriva dal latino incorcervus, parola composta da " hircus" ("cervo") e " cervus" ("cervo") e descrive un animale mitologico per metà cervo e per metà caprone. Una chimerica assurdità, quale di fatto è l'Unione Europea appare con istituzioni che ancora possiedono il diritto di veto, tipico del "sistema confederale" ma con una Banca Centrale Europea cui aderiscono i paesi membri che hanno accettato l'Euro e hanno rinunciato alla sovranità monetaria nazionale. Insomma la moneta unica, l'Euro come il Dollaro, costituisce un presupposto del sistema federale, oppure il punto di passaggio dal confederalismo quale appare, al federalismo, come accade negli Stati Uniti con la costituzione di Filadelfia e poi con la creazione del Dollaro e poi di una Corte Federale.
Ma così non è.
Storicamente lo Stato Federale, spesso nasce in base ad un accordo, sancito dalla Costituzione Federale, tra più Stati all'origine sovrani.
Gli Stati componenti uno Stato federale sono uniti tra loro da un governo centrale, detto " federale" e sul piano monetario sono uniti da una Banca Centrale federale.
Lo Stato federale va distinto dalla Confederazione di Stati perchè lo Stato federale mira a garantire l' unità politica degli Stati aderenti, togliendo al singolo stato lo " status" di soggetto di diritto internazionale, riservando esclusivamente a sè tale prerogativa.
La Confederazione, invece , lascia che ogni Stato conservi l'originario " status" di soggetto di diritto internazionale come di fatto avviene nell'Unione Europea.
Da questo preambolo possiamo inziare solo a percepire i problemi a carico dell'esistenza della valuta in euro che da alcuni mesi ha iniziato a prendere corpo e che nell'articolo sopracitato viene espressa in modo sistematico e scientifico.
In linea quindi di principio, le cause del dissolvimento parziale o totale dell'Unione monetaria possono essere :
a) Politiche
b) Economiche
ma sia nell'uno che nell'altro caso, sarà sempre una decisione politica, assunta dalle autorità governative di uno o più Stati a segnare una decisione sopra evocata.
Al punto a) le cause possono essere politiche quando connesse ad attriti politici, nati indipendentemente da valutazioni di ordine economico.
Al punto b) le cause possono essere economiche quando le patologie economiche e sociali sorte in seno all'Unione monetaria inducono o costringono uno o più Stati ad abbandonare l'Unione.
Veniamo ora a quanto enunciato e prospettato nell'articolo di Domenico Galardo: può l'Unione monetaria europea sopravvivere?
Non va ignorato che l'intera costruzione della valuta comune, poggi sulla solidità dell'asse politico Francia-Germania, fin dalla nascita del "Sistema monetario europeo" (SME) entrato in vigore il 13 marzo 1979.
Dissapori tra i due Paesi Leader potrebbero indurre uno o entrambi all'abbandono con la fine dell' Unione monetaria nel caso della sola Germania, nel caso fosse invece la Francia od un altro membro, seppur forte il contraccolpo non sarebbe in grado di designarne la fine, questo perchè la credibilità internazionale dell'Unione monetaria europea si deve soprattutto al fatto che ne fa parte la Germania, Paese che volle ed impose...l'euro ad e immagine e somiglianza del suo marco.
Torniamo ora alle cause di costituzione dell'Unione monetaria europea e dei motivi per cui sia in crisi ed abbia dato corso e seguito alle ipotesi ventilate sopra: un Paese caratterizzato da gravi divari economici regionali e/o da un elevato tasso di disoccupazione della forza lavoro non dovrebbe essere ammesso.
In buona sostanza immettere un corpo economico malato in una Unione monetaria vuol dire contaminare, l'intera area della valuta comune.
I Paesi candidati dovrebbero quindi essere risanati, prima del loro ingresso ufficiale.
L'Unione monetaria europea si è trovata ad affrontare a partire dal 2010, casi come la Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo ma non come conseguenza dell'impatto della crisi finanziaria statunitense del 2008 sull'area dell'euro ma perchè tale area fu edificata su paesi disomogenei, deboli e vulnerabili a shock finanziari esterni.
Chi oggi si scandalizza per le strette misure creditizie, governative, sociali applicate in Grecia non ultima la chiusura dell'emittente televisiva pubblica ERT, dovrebbe riflettere molto sul fatto che ha truccato i suoi conti pubblici pur di entrare nell'eurozona e che tale Paese in conseguenza di ciò andava immediatamente espulso ma si era impossibilitati a farlo per mancanza di norme testuali.
E qui arriviamo a noi.
Che dire allora dell'Italia, ammessa all'area euro, pur presentando un rapporto debito publico/ Pil pari al doppio del parametro di Maastricht del 60% con gravi divari regionali?
Dall'Ingresso nell'euro si è accentuato il divario economico tra le regioni del Sud e quelle del Nord, è cresciuto il tasso di disoccupazione, il mai realizzato risanamento dei conti pubblici, avallato dalle diverse forze politiche (governative e d'opposizione) ha finito col togliere un futuro pensionistico dignitoso ai giovani di oggi.
Milioni di pensionati hanno visto regredire progressivamente le loro condizioni economiche di vita, lo stesso "ceto medio" è stato colpito e compresso ed i ceti più deboli sono entrati nell'indigenza.
Pertanto ad oltre dieci anni dall'introduzione dell'euro le condizioni economiche di vita dei cittadini residenti nell'Unione monetaria non solo non sono migliorate ma sono peggiorate.
CONVERGENZA LEGALE
E' importante il "criterio dell'armonizzazione del diritto societario" che andrebbe aggiunto in seno alla "Convergenza legale" mai avvenuta all'interno dell'Unione monetaria europea e quindi è un criterio mancato.
In ventotto Stati membri considerando l'ingresso della Croazia il 1° luglio 2013 per la costituzione di una società a responsabiltà limitata (S.R.L.) è richiesto un capitale sociale minimo di euro 35.000,00 in Austria; euro 25.000,00 in Gerrmania; euro 18.550,00 in Belgio; euro 18.000,00 nei Paesi Bassi; euro 18.000,00 in Grecia; euro 12.500,00 in Lussemburgo; euro 10.000,00 in Italia; euro 9500,00 in Slovenia; meno di settemila in Slovacchia; euro 5.000,00 in Portogallo; euro 3.000,00 in Spagna; euro 2.500,00 in Finlandia; euro 1250 a Malta; euro 1,00 in Francia, euro 0,00 in Irlanda dove è prevista anche la forma unipersonale; a Cipro non è fissato alcun limite minimo dove è possibile anche costituire una società anonima, riguardo la proprietà.
Storicamente lo Stato Federale, spesso nasce in base ad un accordo, sancito dalla Costituzione Federale, tra più Stati all'origine sovrani.
Gli Stati componenti uno Stato federale sono uniti tra loro da un governo centrale, detto " federale" e sul piano monetario sono uniti da una Banca Centrale federale.
Lo Stato federale va distinto dalla Confederazione di Stati perchè lo Stato federale mira a garantire l' unità politica degli Stati aderenti, togliendo al singolo stato lo " status" di soggetto di diritto internazionale, riservando esclusivamente a sè tale prerogativa.
La Confederazione, invece , lascia che ogni Stato conservi l'originario " status" di soggetto di diritto internazionale come di fatto avviene nell'Unione Europea.
Da questo preambolo possiamo inziare solo a percepire i problemi a carico dell'esistenza della valuta in euro che da alcuni mesi ha iniziato a prendere corpo e che nell'articolo sopracitato viene espressa in modo sistematico e scientifico.
In linea quindi di principio, le cause del dissolvimento parziale o totale dell'Unione monetaria possono essere :
a) Politiche
b) Economiche
ma sia nell'uno che nell'altro caso, sarà sempre una decisione politica, assunta dalle autorità governative di uno o più Stati a segnare una decisione sopra evocata.
Al punto a) le cause possono essere politiche quando connesse ad attriti politici, nati indipendentemente da valutazioni di ordine economico.
Al punto b) le cause possono essere economiche quando le patologie economiche e sociali sorte in seno all'Unione monetaria inducono o costringono uno o più Stati ad abbandonare l'Unione.
Veniamo ora a quanto enunciato e prospettato nell'articolo di Domenico Galardo: può l'Unione monetaria europea sopravvivere?
Non va ignorato che l'intera costruzione della valuta comune, poggi sulla solidità dell'asse politico Francia-Germania, fin dalla nascita del "Sistema monetario europeo" (SME) entrato in vigore il 13 marzo 1979.
Dissapori tra i due Paesi Leader potrebbero indurre uno o entrambi all'abbandono con la fine dell' Unione monetaria nel caso della sola Germania, nel caso fosse invece la Francia od un altro membro, seppur forte il contraccolpo non sarebbe in grado di designarne la fine, questo perchè la credibilità internazionale dell'Unione monetaria europea si deve soprattutto al fatto che ne fa parte la Germania, Paese che volle ed impose...l'euro ad e immagine e somiglianza del suo marco.
Torniamo ora alle cause di costituzione dell'Unione monetaria europea e dei motivi per cui sia in crisi ed abbia dato corso e seguito alle ipotesi ventilate sopra: un Paese caratterizzato da gravi divari economici regionali e/o da un elevato tasso di disoccupazione della forza lavoro non dovrebbe essere ammesso.
In buona sostanza immettere un corpo economico malato in una Unione monetaria vuol dire contaminare, l'intera area della valuta comune.
I Paesi candidati dovrebbero quindi essere risanati, prima del loro ingresso ufficiale.
L'Unione monetaria europea si è trovata ad affrontare a partire dal 2010, casi come la Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo ma non come conseguenza dell'impatto della crisi finanziaria statunitense del 2008 sull'area dell'euro ma perchè tale area fu edificata su paesi disomogenei, deboli e vulnerabili a shock finanziari esterni.
Chi oggi si scandalizza per le strette misure creditizie, governative, sociali applicate in Grecia non ultima la chiusura dell'emittente televisiva pubblica ERT, dovrebbe riflettere molto sul fatto che ha truccato i suoi conti pubblici pur di entrare nell'eurozona e che tale Paese in conseguenza di ciò andava immediatamente espulso ma si era impossibilitati a farlo per mancanza di norme testuali.
E qui arriviamo a noi.
Che dire allora dell'Italia, ammessa all'area euro, pur presentando un rapporto debito publico/ Pil pari al doppio del parametro di Maastricht del 60% con gravi divari regionali?
Dall'Ingresso nell'euro si è accentuato il divario economico tra le regioni del Sud e quelle del Nord, è cresciuto il tasso di disoccupazione, il mai realizzato risanamento dei conti pubblici, avallato dalle diverse forze politiche (governative e d'opposizione) ha finito col togliere un futuro pensionistico dignitoso ai giovani di oggi.
Milioni di pensionati hanno visto regredire progressivamente le loro condizioni economiche di vita, lo stesso "ceto medio" è stato colpito e compresso ed i ceti più deboli sono entrati nell'indigenza.
Pertanto ad oltre dieci anni dall'introduzione dell'euro le condizioni economiche di vita dei cittadini residenti nell'Unione monetaria non solo non sono migliorate ma sono peggiorate.
CONVERGENZA LEGALE
E' importante il "criterio dell'armonizzazione del diritto societario" che andrebbe aggiunto in seno alla "Convergenza legale" mai avvenuta all'interno dell'Unione monetaria europea e quindi è un criterio mancato.
In ventotto Stati membri considerando l'ingresso della Croazia il 1° luglio 2013 per la costituzione di una società a responsabiltà limitata (S.R.L.) è richiesto un capitale sociale minimo di euro 35.000,00 in Austria; euro 25.000,00 in Gerrmania; euro 18.550,00 in Belgio; euro 18.000,00 nei Paesi Bassi; euro 18.000,00 in Grecia; euro 12.500,00 in Lussemburgo; euro 10.000,00 in Italia; euro 9500,00 in Slovenia; meno di settemila in Slovacchia; euro 5.000,00 in Portogallo; euro 3.000,00 in Spagna; euro 2.500,00 in Finlandia; euro 1250 a Malta; euro 1,00 in Francia, euro 0,00 in Irlanda dove è prevista anche la forma unipersonale; a Cipro non è fissato alcun limite minimo dove è possibile anche costituire una società anonima, riguardo la proprietà.
Tra l'altro in Francia e Finlandia non è previsto alcun atto notarile per la costituzione.
Esistono differenze anche per le società per azioni ( S.P.A.) euro 120.000 in Italia; euro 70.000,00 in Austria; euro 61,500,00 in Belgio; euro 60.102,00 in Spagna; euro 60.000,00 in Grecia; euro 50.000,00 in Germania; euro 37.000,00 in Francia e d euro 25.000,00 in Slovenia.
Come vediamo sensibili difformità esistono tra i Paesi dell'area euro e non esiste alcuna " Convergenza legale".
PROSPETTIVA DELL'UNIONE POLITICA DA MAASTRICHT A LISBONA
Quindi sulla base di questo " Il Trattato di Lisbona " ha introdotto importanti novità per uno Stato che voglia abbandonare l'Unione monetaria europea così come evidenziato nell'articolo di Domenico Galardo, secondo queste procedure di seguito elencate :
- La possibiltà di uno Stato membro di recedere dall' Unione Europea in modo negoziato mediante un accordo.
- Il riconoscimento per uno Stato Membro di recedere in modo unilaterale, dopo due anni dalla notifica della domanda di recesso dall'Unione.
Ma prima di questo dobbiamo porre l'attenzione sul fatto che dal Trattato di Maastricht (1992) a quello di Amsterdam (1997) e fino a quello di Nizza (2001) venisse prefigurata al contrario un' Unione europea che avrebbe dato luogo ad "Unione politica" in linea con la Costituzione degli Stati Uniti d'America, dove è contemplato l'ingresso ma non la secessione dalla Federazione.
Il 29 ottobre 2004, gli Stati membri rivedranno in termini intergovernativi l'Unione fino a sancire la procedura del recesso nel " Trattato di riforma" noto come Trattato di Lisbona.
Sempre nell'articolo di Domenico Galardo c'è un passaggio importante sull'inflazione, è bene soffermarci sul fatto che la BCE definì la stabilità dei prezzi con un tasso d'inflazione inferiore al 2% (per cento) prefiggendosi di mantenerla su valori inferiori ma prossimi al 2%.
Questo è avvenuto per circa 10 anni cercando...di favorire un contesto finanziario favorevole alla crescita ed all'occupazione.
Emerge però il fatto che la crisi economica e sociale che sempre di più ha coinvolto l'area dell' Unione monetaria, soprattutto a partire dall' anno dell'euro circolante (anno in cui inziano i devastanti effetti del "cattivo changeover") sia stata del tutto ignorata !
Nessun accenno neanche ai livelli d'inflazione sensibilmente superiori al tasso del 2%.
Premesso tutto ciò e quanto ipotizzato e se vogliamo auspicato nell'articolo di Domenico Galardo, come può avvenire in realtà il recesso dell'Italia dalla zona euro? Questo è importante da comprendere.
La possibilità del " recesso" dall'Unione con la relativa procedura è sancita nell'articolo 50 del nuovo Trattato sull'Unione europea (TUE) espresso in cinque paragrafi, vediamo quindi secondoi quali procedure, l'Italia potrebbe uscire:
1) Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione.
2) Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Agli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l'Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l'Unione. L'accordo è negoziato conformemente all'articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Esso è concluso a nome dell' Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazionedel Parlamento europeo.
3) I trattati cessano di essere applicabili all Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d'intesa con lo Stato membro interessato, decida all'unanimità di prorogare tale termine.
4) Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa nè alle deliberazioni nè alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano.
5) Se lo Stato che ha receduto dall' Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all'articolo 49.
Dal testo dell'articolo 50 del TUE, col trattato modificativo di Lisbona, vengono contermplate due forme di recesso:
a) Il recesso supportato da un accordo tra l'Unione europea e lo Stato membro che intende recedere;
b) Il recesso volontario e unilaterale di uno Stato membro dall'Unione.
E' interessante rilevare che il Trattato di Lisbona, malgrado i suoi limiti, ha questo di speciale: impone alla luce dell'accoglimento del meccanismo del recesso dall'Unione, che si abbandoni quello strano ordine di idee, alquanto diffuso al tempo di Maastricht, in base al quale il futuro dell'Unione europea non avrebbe conosciuto alcun contrazione nel numero dei Paesi già aderenti a questa unità giuridica, economica ma non politica, ecco il problema...non solo e qui mi ricollego all'articolo sopraccitato, al punto :
"Giustamente è da chiedersi se Globalizzazione".
Il Trattato di Lisbona ha di speciale anche la normativa osservata da tutti i Paesi europei, eccetto l'Italia che i pagamenti da parte di istituzioni statali, pubbliche verso imprese private debba avvenire entro e non oltre 60 giorni dal termine dei lavori ed in alcuni casi come in Francia in 30 giorni.
Perchè questo non avviene in Italia ?
Perchè in Italia i governi sono ostaggio di pressioni di un esercito di lobby composte da avvocati, sindacalisti, negoziatori, figure che in base a trattative da negoziare tra le parti: pubblico e privato, prolungano all'inverosimile i tempi fino ad oltre 36 mesi e le imprese italiane falliscono e loro, " I negoziatori" così inverosimilmente utili o inutili possono dimostrare di guadagnarsi uno stipendio non indifferente.
Sapete a quanto ammonta quest' inutile operazione ogni anno?
Ad oltre 40 miliardi di euro!
Quante finanziarie avremmo potuto fare? Quante imprese avremmo salvato? Quanti imprenditori oggi sarebbero ancora in vita anzichè andare incontro al suicidio?
Queste Lobby, di fatto rappresentano una casta, solo che coloro che contestano le varie caste non si sono accorti di questa grave e nociva presenza con ramificazioni istituzionali.
Esistono differenze anche per le società per azioni ( S.P.A.) euro 120.000 in Italia; euro 70.000,00 in Austria; euro 61,500,00 in Belgio; euro 60.102,00 in Spagna; euro 60.000,00 in Grecia; euro 50.000,00 in Germania; euro 37.000,00 in Francia e d euro 25.000,00 in Slovenia.
Come vediamo sensibili difformità esistono tra i Paesi dell'area euro e non esiste alcuna " Convergenza legale".
PROSPETTIVA DELL'UNIONE POLITICA DA MAASTRICHT A LISBONA
Quindi sulla base di questo " Il Trattato di Lisbona " ha introdotto importanti novità per uno Stato che voglia abbandonare l'Unione monetaria europea così come evidenziato nell'articolo di Domenico Galardo, secondo queste procedure di seguito elencate :
- La possibiltà di uno Stato membro di recedere dall' Unione Europea in modo negoziato mediante un accordo.
- Il riconoscimento per uno Stato Membro di recedere in modo unilaterale, dopo due anni dalla notifica della domanda di recesso dall'Unione.
Ma prima di questo dobbiamo porre l'attenzione sul fatto che dal Trattato di Maastricht (1992) a quello di Amsterdam (1997) e fino a quello di Nizza (2001) venisse prefigurata al contrario un' Unione europea che avrebbe dato luogo ad "Unione politica" in linea con la Costituzione degli Stati Uniti d'America, dove è contemplato l'ingresso ma non la secessione dalla Federazione.
Il 29 ottobre 2004, gli Stati membri rivedranno in termini intergovernativi l'Unione fino a sancire la procedura del recesso nel " Trattato di riforma" noto come Trattato di Lisbona.
Sempre nell'articolo di Domenico Galardo c'è un passaggio importante sull'inflazione, è bene soffermarci sul fatto che la BCE definì la stabilità dei prezzi con un tasso d'inflazione inferiore al 2% (per cento) prefiggendosi di mantenerla su valori inferiori ma prossimi al 2%.
Questo è avvenuto per circa 10 anni cercando...di favorire un contesto finanziario favorevole alla crescita ed all'occupazione.
Emerge però il fatto che la crisi economica e sociale che sempre di più ha coinvolto l'area dell' Unione monetaria, soprattutto a partire dall' anno dell'euro circolante (anno in cui inziano i devastanti effetti del "cattivo changeover") sia stata del tutto ignorata !
Nessun accenno neanche ai livelli d'inflazione sensibilmente superiori al tasso del 2%.
Premesso tutto ciò e quanto ipotizzato e se vogliamo auspicato nell'articolo di Domenico Galardo, come può avvenire in realtà il recesso dell'Italia dalla zona euro? Questo è importante da comprendere.
La possibilità del " recesso" dall'Unione con la relativa procedura è sancita nell'articolo 50 del nuovo Trattato sull'Unione europea (TUE) espresso in cinque paragrafi, vediamo quindi secondoi quali procedure, l'Italia potrebbe uscire:
1) Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione.
2) Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Agli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l'Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l'Unione. L'accordo è negoziato conformemente all'articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Esso è concluso a nome dell' Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazionedel Parlamento europeo.
3) I trattati cessano di essere applicabili all Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d'intesa con lo Stato membro interessato, decida all'unanimità di prorogare tale termine.
4) Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa nè alle deliberazioni nè alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano.
5) Se lo Stato che ha receduto dall' Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all'articolo 49.
Dal testo dell'articolo 50 del TUE, col trattato modificativo di Lisbona, vengono contermplate due forme di recesso:
a) Il recesso supportato da un accordo tra l'Unione europea e lo Stato membro che intende recedere;
b) Il recesso volontario e unilaterale di uno Stato membro dall'Unione.
E' interessante rilevare che il Trattato di Lisbona, malgrado i suoi limiti, ha questo di speciale: impone alla luce dell'accoglimento del meccanismo del recesso dall'Unione, che si abbandoni quello strano ordine di idee, alquanto diffuso al tempo di Maastricht, in base al quale il futuro dell'Unione europea non avrebbe conosciuto alcun contrazione nel numero dei Paesi già aderenti a questa unità giuridica, economica ma non politica, ecco il problema...non solo e qui mi ricollego all'articolo sopraccitato, al punto :
"Giustamente è da chiedersi se Globalizzazione".
Il Trattato di Lisbona ha di speciale anche la normativa osservata da tutti i Paesi europei, eccetto l'Italia che i pagamenti da parte di istituzioni statali, pubbliche verso imprese private debba avvenire entro e non oltre 60 giorni dal termine dei lavori ed in alcuni casi come in Francia in 30 giorni.
Perchè questo non avviene in Italia ?
Perchè in Italia i governi sono ostaggio di pressioni di un esercito di lobby composte da avvocati, sindacalisti, negoziatori, figure che in base a trattative da negoziare tra le parti: pubblico e privato, prolungano all'inverosimile i tempi fino ad oltre 36 mesi e le imprese italiane falliscono e loro, " I negoziatori" così inverosimilmente utili o inutili possono dimostrare di guadagnarsi uno stipendio non indifferente.
Sapete a quanto ammonta quest' inutile operazione ogni anno?
Ad oltre 40 miliardi di euro!
Quante finanziarie avremmo potuto fare? Quante imprese avremmo salvato? Quanti imprenditori oggi sarebbero ancora in vita anzichè andare incontro al suicidio?
Queste Lobby, di fatto rappresentano una casta, solo che coloro che contestano le varie caste non si sono accorti di questa grave e nociva presenza con ramificazioni istituzionali.
Iscriviti a:
Post (Atom)







.jpg)


