lunedì 18 agosto 2014

FASCISMO . ECONOMIA DEL REGIME " LIBERISTA "

di Attila Piccolo

La prima fase del fascismo è caratterizzata da una politica economica di impronta liberista, gestita dal liberale De Stefani che procede alla rimozione dei vincoli alla libertà di impresa istituiti durante la Grande Guerra e a massicci interventi statali finalizzati ad incoraggiare gli investimenti privati, oltre che al salvataggio di banche e industrie (Banco di Roma, Ansaldo, ecc.). Ben presto, però, l’economia italiana si trova a dover fare i conti con l’indebolimento della bilancia commerciale e l’inflazione crescente. Nella seconda metà degli anni Venti, perciò, matura la svolta dalla politica liberista a quella dirigista, con lo Stato che oltre al ruolo di garante assume anche quello di protagonista e organizzatore del ciclo economico.


-Stimolazione dell'iniziativa privata
-Riduzione della spesa pubblica
-No blocco inflazione
-No stabilizzazione moneta

Liberismo: esiste da sempre.
E' la completa libertà del singolo di intraprendere un'attività liberamente, di gestirla secondo concetti di massimo rendimento e lucro (minimo sacrificio per massimo profitto), secondo le leggi del mercato (legge della domanda ed offerta) senza interventi esterni e senza regole che incidano sul "naturale" corso del mercato ad esempio delocalizzare le aziende in siti dove la manodopera lavora il doppio delle ore e non fa riposi e prende un pugno di riso è un perfetto comportamento liberista.

Il Fascismo pur essendo affine al liberismo ( infatti i lavoratori non sono affatto tutelati dalle angherie padronali),  ha affinità con il sistema keynesiano in quanto interviene marginalmente in economia sempre dove il privato ha poco interesse a farlo o dove d'imperio il partito decide che lo Stato debba interessarsi alla cosa.

 Fu un puntello formidabile per il sistema libera-lcapitalistico ormai accerchiato dalle masse popolari in tumulto nel Biennio Rosso, che chiedevano a gran voce diritti, libertà, partecipazione politica ed equa distribuzione della ricchezza e, quindi, la fine dei privilegi reali e formali dei quali la borghesia italiana godeva per il contributo determinante dato alla causa savoiarda per l'Unità.
 Se il capitalismo non è altro che il libero mercato direi che i fascisti lo appoggiano.
 Il fascismo non fu uno stato totalitario, come scrisse Giovanni Amendola.
 Conservò parte delle istituzioni liberali, mantenendo la monarchia, il Senato, lo Statuto albertino, venendo a patti con la chiesa cattolica, riattivando vari lasciti della Destra storica.

E parte della “Costituzione economica” fascista sopravvisse nel postfascismo e nella Repubblica nata dalla resistenza che mantenne le strutture della amministrazione parallela, dall’Iri, all’Imi; e conservò almeno due terzi delle vecchie norme amministrative fasciste: dalla legge bancaria del 1936, al Codice di procedura civile, dal Codice penale alla legge Bottai sulla tutela dei Beni culturali.
 A sviluppare oggi questa tesi, sostenuta nel 1951 sono una filosofa della politica come Hannah Arendt e degli storici come Renzo De Felice e Alberto Aquarone.

 Sabino Cassese,giudice costituzionale nominato da Carlo Azeglio Ciampi, amministrativista allievo del grande Massimo Severo Giannini, appartiene infatti a quella sinistra riformista che preferisce aprirsi alla dialettica con la destra, anziché arroccarsi nell’ostracismo per denunciare il vulnus della democrazia “sempre in bilico.
Da qui, la sua disinibita ricostruzione in un saggio breve ma di sicuro successo (“Lo Stato fascista”, Il Mulino).
 Il verdetto di Cassese è drastico: definire il fascismo uno stato totalitario non è di grande interesse e può essere addirittura fuorviante, lo stato fascista fu una combinazione di elementi eterogenei.
 Riutilizzò gli strumenti dello stato liberale, depotenziandoli e riadattandoli.

 Quando, il 1° novembre del 1922, Alberto De Stefani assunse la guida del ministero delle finanze e dell'economia, i più intrepretarono quella nomina come il premio mussoliniano all’audace militanza di cui l’economista si era reso protagonista negli anni precedenti.
 Scalati rapidamente i vertici dirigenziali dei Fasci di combattimento, De Stefani si era posto alla testa della corrente liberista interna al movimento: spontaneo moto dell’economia; libera circolazione di persone, merci, capitali; subordinazione dell’ordine finanziario a quello economico. 
Queste le linee guida della sua politica.
 Una politica di successo, che porterà al pareggio del bilancio statale già nella primavera del 1925.
 Le idee destefaniane sposavano in pieno la regola liberista della divisione internazionale del lavoro.
 Per perseguire un fine così ambizioso, l’economia italiana doveva evitare gli scossoni bellici che pesantemente avevano inciso sui bilanci europei degli anni Dieci.
 Occorreva una strategia di pace, che effettivamente Mussolini – più o meno convintamente – seppe garantire al Paese fino al Patto di Locarno del 1925.
 Ma soprattutto bisognava convincersi della necessità di uno Stato “minimo”, in grado di fugare ogni tentazione interventista: «Non illudiamoci che la grande Italia possa essere fatta nei ministeri: essa si costruisce nelle officine, sui campi, sui ponti di comando delle navi»
Simili concezioni non potevano avere vita facile e duratura in un regime che, pur non ancora ufficialmente tale, già manifestava volontà dirigiste.

 Tra il 1922 e il 1925, in seguito alla fine della crisi internazionale, l’Italia poté espandersi economicamente grazie alla "politica liberista" attuata dal governo fascista.
 Si favorì, infatti, l’accumulazione del profitto attraverso la riduzione delle imposte, venne abolito il monopolio sulle assicurazioni sulla vita, il servizio telefonico fu privatizzato e si riuscì a tagliare la spesa pubblica.
 Nel 1925, invece, ci fu un ritorno al protezionismo.
 Si favorirono, cioè, le esportazioni a danno delle importazioni con la conseguente applicazione delle tariffe doganali.
 Il protezionismo di questo periodo riguardò soprattutto il grano
. L’Italia non ne produceva abbastanza ed era costretta ad importarlo.
Per far sì che il paese fosse autosufficiente, Mussolini diede inizio alla “battaglia del grano”: ne incentivò con una politica strettamente liberista la produzione, modernizzando l’agricoltura, aumentando i terreni coltivabili e dando premi agli agricoltori che ne producevano di più.

 Nel 1926 il Fascismo volle intervenire nelle questioni che riguardavano capitale e lavoro per il bene dello stato. Nacque, così, il corporativismo che ebbe la sua massima espressione con la pubblicazione della Carta del lavoro del 1927.
 I liberali (che invece teorizzano la necessità di uno Stato con funzioni minime) e i libertari (che auspicano una società senza Stato completamente basata sui principi del libero mercato) criticano indifferentemente ogni tipo di statalismo,a prescindere da chi lo attua.

 La destra rappresentata dai conservatori (che invece ha assorbito i principi del liberismo e che in ambito economico ha posizioni molto vicine a quelle dei liberali), espressione "estrema destra" per differenziare le posizioni di partiti che si richiamano al fascismo.

 Gentile ci parla di un liberalismo non individualista.
Oggi questa idea appare in evidente contrasto con l’accezione più comune del termine liberalismo.
 Quando infatti pensiamo al liberalismo pensiamo in prima istanza ad una linea della riflessione politica che da Locke e dal Secondo trattato sul governo attraverso la divisione, la limitazione ed il controllo del potere garantisce la libertà individuale dall’indebita ingerenza dello Stato.
 Per Gentile, al contrario, il liberalismo conduce ad una dottrina dello stato.
Per meglio comprendere le affermazioni di Gentile è opportuno ricordare alcuni tratti dell’esperienza del giovane siciliano che nato nel 1875 vinse nel 1893 il concorso per l’ammissione alla Normale di Pisa, già allora uno degli istituti più prestigiosi della nazione.

 Emergeva una forma di liberalismo moderato, liberalismo in quanto affermava la necessità della libertà intellettuale ed economica dell’individuo e contemporaneamente la necessità di un forte principio di ordine, che appunto avrebbe dovuto garantire il giovane stato nazionale dagli assalti che venivano ad esso portati dalla Chiesa e dalla sinistra socialista(in realtà dalla richiesta delle masse di poter partecipare alla gestione della cosa pubblica) e preservarlo dalle degenerazioni del parlamentarismo.
Tale concezione, che aveva evidenti radici nelle particolari modalità con le quali era nato il giovane stato italiano, veniva unita da Bertrando Spaventa e dagli hegeliani di Napoli ad una concezione
della nazionalità come “unità: unità viva, libera e potente come lo Stato”.
Il problema che si poneva era quello storico del rafforzamento del giovane stato unitario e quello
del sentimento comune, della unità delle convinzioni ideali di un popolo, per essere più precisi
della educazione di un popolo alla realtà ed ai principi dello Stato nazionale.
Sia il liberalismo risorgimentale al quale accennavamo, sia il riferimento ad Hegel conducevano a
ritenere che lo sviluppo delle facoltà individuali, la libertà nel suo senso più concreto, si potesse
realizzare soltanto all’interno di una compagine statale potente e dotata di un proprio ethos: in
quegli stessi anni inoltre l’idea dello stato potenza, dello stato forte, riecheggiava nei contrasti tra le diverse nazioni per la supremazia nei paesi extra europei.

 Dopo la marcia su Roma, del 28 ottobre 1922 Mussolini lo invitò al Ministero della
pubblica istruzione, egli accettò l’incarico.
 Le ragioni della scelta di Mussolini? Perché Gentile?
Ricordiamo che il filosofo era un intellettuale la cui centralità nel mondo della cultura e
nell’opinione pubblica era aumentata notevolmente proprio negli anni della guerra. Egli era inoltre noto come liberale conservatore, anticomunista ed era un punto di riferimento sia all’interno di diverse università sia all’interno di un ampio movimento che si impegnava per la riforma della scuola, concezione liberale.
Perché insomma Gentile accettò? Cosa credette di vedere nel fascismo?
Nel gennaio del 1923, nel primo numero della rivista “La nuova politica liberale”, una rivista creata
da un suo allievo, Carmelo Licitra e alla quale partecipano come “collaboratori fondatori” Croce,
Lombardo Radice e Volpe, Gentile pubblica un breve scritto “Il mio liberalismo”.
Si tratta di un testo importante perché riprende un tema che abbiamo già affrontato, ma dopo l’adesione al fascismo(in realtà egli aderirà ufficialmente al fascismo nel maggio dello stesso anno).
La distinzione da cui Gentile parte è di nuovo quella tra “il liberalismo materialista del secolo
XVIII, nato in Inghilterra nel precedente, ma diventato nel Settecento il credo della Rivoluzione” e
un liberalismo nato “nel secolo XIX […] attraverso quella critica del materialismo che in tutti i
paesi d’Europa in vario modo condusse alla riaffermazione dei valori spirituali”. Come già
sappiamo, per Gentile, “un liberalismo senza stato è un liberalismo senza libertà”, perché lo Stato è
liberale se promuove lo sviluppo della libertà.
Il liberalismo di Gentile è “il liberalismo nuovo o dottrina dello stato etico”. Si tratta di una
concezione politica che, proprio perché prevede il sacrificio dell’individuo porta Gentile ad essere
convinto della necessità di “uno stato forte, come dovere e diritto del cittadino e di una disciplina
ferrea che sia scuola rigida di volontà e di caratteri politici”.
 Perciò, continua, “sono fermamente convinto della necessità di svegliare e di sviluppare in politica un senso energico di religiosità e di moralità e di portare, d’altra parte, un senso di misura e di determinatezza politica, cioè di concretezza sociale e storica nello sviluppo etico-religioso dell’individuo.
Lo stato è qui dovere e diritto del cittadino: esso esiste nello spirito dell’individuo che deve
assoggettarsi ad una ‘disciplina ferrea’, ad una rigida educazione politica e morale, così da far
vivere questo nuovo stato.
 Con il fascismo si può avere vero liberalismo poiché riporta ai valori primigeni del Risorgimento: Gentile dimostra un forte approccio storicistico, secondo il quale il fascismo trarrebbe la sua legittimazione dalla storia.
 Ma Giovanni Gentile fu “uno strano tipo di liberale”, critico del liberalismo individualista ed antistatalista, che dovrebbe invece costituire l'anima di ogni autentico liberalismo, e fortemente orientato ai valori della conservazione e dello stato etico.

Alla luce di queste concezioni politiche, infiammato internamente vigeva il liberismo economico, controllato appena appena dallo Stato (durante il periodo prefascista era invece selvaggio, come oggi).
 Lo Stato stesso iniziò la fondazione di Enti particolari, fra cui l'Ente Nazionale Risi e l'Amministrazione Monopolio Banane (prodotte in Somalia, marchio "Somalita").
Non esisteva dirigismo statale, anzi quando si trattò di progettare armi come i carri armati o gli aerei ci si trovò in una situazione opposta a quella tedesca: colà, i progetti di una fabbrica erano messi a disposizione di tutti e se una specifica ministeriale per un carro sortiva due buoni progetti, le due aziende erano incaricate di produrre un efficiente ibrido che coniugasse le buone qualità di entrambi i mezzi.
Per non parlare della produzione di armi, anche leggere, delegata a più sottoappaltatrici che fornivano i pezzi che venivano poi assemblati presso la sede centrale.
Da noi vigeva invece il protagonismo più  assoluto: ogni Casa produceva le sue apparecchiature, i suoi carri o fucili o mitragliatori, e non si arrivò mai a definire dei veri progetti "integrati" con gravissimo danno per la nostra efficienza militare.

Sotto il Fascismo, quindi, a parte minimissime iniziative da parte statale, come (giustamente) la regolamentazione degli orari degli esercizi pubblici, la definizione di licenza di Ps per "locale notturno" (quello aperto dopo le 23°°), la suddivisione merceologica delle licenze (tutti provvedimenti sopravvissuti di 60/70 anni al fascismo, a dimostrazione della loro bontà), il n° "kiuso" di licenze rilasciabili per genere merceologico in ogni città... per il resto troviamo una normale economia capitalistica.
 I padroni comandavano a bacchetta, il licenziamento era sempre ventialato come minaccia, la disciplina era d'acciaio, i sindacati erano di Regime quindi una mera bufala, e solo nel 1937 in un sussulto di rimorsi socialistoidi il Duce fè emettere una "carta del Lavoro" che avrebbe voluto essere un blando ed annacquato "statuto dei lavoratori".

 Il termine liberal-fascismo suona come un ossimoro – o come un termine usato dai conservatori per offendere i progressisti.
 In realtà, questa espressione è stata coniata da uno scrittore socialista, nientedimeno che lo stimato e influente H. G. Wells, il quale nel 1931 chiese ai compagni progressisti di diventare "liberal-fascisti " e "nazisti illuminati".
 Essendo una ideologia statalista, il fascismo utilizza la politica come mezzo per trasformare la società composta da individui atomizzati in un insieme organico.
 Così facendo, si eleva lo stato sull'individuo, le conoscenze specialistiche sulla democrazia, il consenso forzato sul dibattito e il socialismo sul capitalismo.
 Il fascismo è una ideologia totalitaria, nel significato originario attribuito da Mussolini al termine, inteso come "Ogni cosa all'interno dello Stato, niente al di fuori dello Stato, niente contro lo Stato".
 Il messaggio del fascismo può essere così sintetizzato: "Basta con le parole. Più azione!" Il suo è un persistente appello ad agire.

 Goldberg smonta pezzo per pezzo i programmi progressisti americani – razziali, economici, ambientalisti e perfino il "culto dell'integrazione organica" – e mostra le loro affinità con i programmi di Mussolini e Hitler.
Se questo sunto sembra essere sorprendentemente non plausibile, si legga Liberal Fascism dalla prima all'ultima pagina per le sue colorite citazioni e per la convincente documentazione.
 L'autore, finora conosciuto come un intelligente e sagace polemista, ha dimostrato di essere un grande pensatore politico.
Oltre a offrire una visione radicalmente differente per comprendere la politica moderna, in cui il termine fascista non è più calunnioso di quello socialista, lo straordinario libro di Goldberg offre ai conservatori i mezzi per replicare ai loro vessatori progressisti e per riuscire a passare all'offensiva.
 Se i progressisti possono perennemente evocare lo spettro di Joseph McCarthy, i conservatori possono replicare con quello di Benito Mussolini.

Obama fascista.
 L'esperienza del salvataggio dei giganti dell'auto negli Stati Uniti non implica che ogni salvataggio sia giustificato, perché il risultato finale dipende dalle aziende - se sono capaci o meno di tornare competitive senza aiuti pubblici.
All'epoca del salvataggio vi era chi accusava Obama di spingere gli Stati Uniti (incredibile ma
vero) verso il “fascismo”.
 L'argomentazione era quella che sostiene che mentre il Socialismo nazionalizza i mezzi di produzione, il Fascismo ne decide l'allocazione, mentre li lascia nelle mani dei privati.
 Il timore di una deriva “fascista” di Obama con le ultime vicende è perciò
scomparso, perché tutto (ossia il controllo dei mezzi di produzione) è tornato in mani private,
senza che il Tesoro ci abbia rimesso (a fare bene i conti).
 Quindi il Fascismo fu liberista?
Si lo fu fin dalle sue origini, lo fu fino al 1926/1927.
Ma il fascismo era di destra? No! Non lo era!


Attila Piccolo









giovedì 31 luglio 2014

IL SESSO, GLI INGANNI, LA POLITICA E LA SINISTRA

Si pensa e si dice " i maschi insicuri sono una mina vagante dell'evoluzione perchè in quanto maschi dovrebbero essere freddi, sicuri, determinati e non isterici anche se isterico deriva dal greco *Isteròn* che vuol dire utero e quindi non assimilabile ai maschi ed allora meglio tenerli buoni."
Ma questo rientra nella fisiologia umana perchè fino a quando ci saranno le mestruazioni nelle donne hanno  la loro sacrosanta utilità perchè espellono i batteri trasportati dallo sperma, si consolino allora, coloro che ne soffrono ogni mese, la selezione naturale non va per il sottile.
La fisiologia ha un occhio attento al desiderio sessuale, il seno femminile per esempio.
E' troppo grosso per assolvere solo alla funzione di allattamento.
In realtà secondo il celebre etologo Desmond Morris, è una forma sostitutiva di segnale sessuale opposto al posto del sedere, il quale in posizione eretta non è più esposto come prima agli sguardi vogliosi dei maschi ed allora viene simulato frontalmente attraverso un interessante e morbido surrogato composto da ghiandole e tessuto adiposo : le "tette ".
Non bisogna mai fidarsi del comportamento umano, perchè il sesso, le bugie, gli inganni, l'altruismo, la politica generano istinti cooperativi soprattutto in quest'ultima ( la politica) mandando a monte progetti ed alleanze.
La selezione naturale è la radice di tutti i mali  " il nemico della giustizia e della decenza vive nei nostri geni ".
C' è una logica nel destino umano, verso una complessità crescente che non è quindi contingente alle difficoltà quotidiane.
La cittadinanza astratta che tanto va di moda ora tra la nostra terra ed i fiumi di extracomunitari che scorrono sulle nostre coste e sui nostri mari dove a volte vi rimangono per sempre è un lusso recente per illuministi così autodenominatisi...
In politica tutto fa brodo.

L'uomo nasce proprietario e consumatore al calcolo di costi e benefici.
Tutela il proprio patrimonio e la propria gènia in una forma di altruismo per la sopravvivenza dei propri parenti in quanto depositari dei nostri geni.

Secondo lo scienziato della politica Larry Arnhart, autore nel 2005 del formidabile volume" Darwinian Conservatism", la selezione darviniana avrebbe forgiato una natura umana che prevede la proprietà privata, il libero mercato senza intervento statale e  le tradizioni morali e tutti i punti dell'agenda del Partito repubblicano americano.
Quindi Stalin, Mao, Pol Pot, Castro e tutti i comunisti di casa nostra vengono fuori da un'analisi sbagliata della natura umana...
Il dannato e sempre vivo istinto socialista che genera l'invidia sociale è il succo evoluzionistico dell'essere di sinistra ma anche di coloro che erroneamente si autodefiniscono neo-fascisti, quando poi storicamente e nei fatti il Duce Benito Mussolini si discostò in modo chiaro, palese e forte dal socialismo .
Quindi Marxisti, socialisti e no-global approfittano di questa eredità biologica solo per fare danni.
Infatti l'economista Paul H. Rubin ritiene che la maggior parte delle persone benestanti diventa tale perchè produttiva e crea benefici per gli altri e quindi, il desiderio di punire o penalizzare i ricchi è fuorviante.Tenetelo presente, voi, invidiosi di sinistra, la prossima volta che passeggiate su un molo e vedete tutti quegli yacht battenti bandiera panamense.
Perchè danneggiare gli altri senza alcun ritorno per sè, è qualcosa di simile alla " Terza legge della stupidità umana " di Carlo M. Cipolla che recita così: " Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un'altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sè o addirittura subendo una perdita".
" La persona stupida è il tipo di di persona più pericoloso che esista" (quinta legge fondamentale).

giovedì 26 giugno 2014

LIBERTA' POLITICA E' INGEGNERIA COSTITUZIONALE, SOCIALE E DEL LAVORO

LIBERTA' POLITICA E' INGEGNERIA COSTITUZIONALE, SOCIALE E DEL LAVORO

Rispondo all'ossevazione sulla mia nota fatta sul Movimento 5 Stelle.
In realta la mia tesi parte da lontano quando riporto: "... a questo provvede l'ossatura della Costituzione..." quindi  mi riconduco all' Art. 1 in via preventiva già come premessa,
Poi proseguo parlando di potere legittimo e legittimato quando faccio riferimento alla democrazia : " La democrazia quindi quando sarà governante? Ovviamente quando ci sono le elezioni, quando si vota."
Ancora...:  " Le elezioni devono essere libere ma anche le opinioni devono essere libere, formate liberamente.
Se le opinioni sono imposte le elezioni non possono essere libere. "...
Fatta questa premessa, ora rispondo in modo diretto.
 Il potere ... " il potere del popolo" è solo un'espressione ellittica, incompleta, oggi più che mai perchè il processo politico resta sospeso a mezz'aria non è completo e lo stiamo vivendo oggi sulla nostre spalle.
Quindi mi chiedo : potere del popolo su chi?
Ovviamente del popolo sul popolo.
In questo processo c'è prima un movimento ascendente, di trasmissione di potere del popolo verso il vertice di un sistema democratico e poi un movimento discendente del potere del governo sul popolo, quindi ripeto: governante e governato. Ed ecco perché deve provvedere la Costituzione come avevo scritto in " Libertà Politica ".
Ora faccio invece un'osservazione sulla nota di M5S intitolata "Oligarchie" dove leggo: L'Italia è diventata un' oligarchia ". Parlando  di origini che possano dare un senso a questo pensiero diffuso ormai tra la mggioranza degli italiani quando accusano a ragion veduta il " Potere della  Casta".
" In tutte le società esistono due classi di persone : quella dei governanti e quella dei governati."
Questa è la tesi di chi per primo ha formulato la teoria della classe politica, Gaetano Mosca.
Che scrive ancora :" La prima (la classe dei governanti) che è sempre la meno numerosa...monopolizza il potere."  E' quindi la tesi è che se al governo c'é sempre una  minoranza relativamente omogenea e solidale, questa non è democrazia.
Era il 1884, fino ad allora il pensiero politico aveva seguito la classica tripartizione aristotelica delle forme di governo : governo dell'uno, governo dei pochi, governo dei molti.
Ognuno di questi suddiviso in buono e cattivo: monarchia e tirannide, aristocrazia e oligarchia, politia (governo di una moltitudine) e democrazia.
Secondo  Mosca invece esiste solo il governo dei pochi e questo è sempre oligarchico.
Roberth Dahl un importante studioso afferma che se i gruppi vincenti variano e le vittorie sono variamente distribuite tra minoranze, allora Mosca ha torto: la democrazia non è sconfitta dall'oligarchia ma esiste e funziona come " Poliarchia" ( basso livello di democrazia vero e proprio) dice Dahl.
Chi però spiega come si produca la democrazia meglio di chiunque è stato Joseph Schumpeter, negli anni Quaranta.
" Il metodo democratico è quell'accorgimento istituzionale per arrivare a decisioni politiche in virtù del quale alcune persone acquistano il potere di decidere mediante una lotta competitiva per il voto popolare."
Questo meccanismo attiva il potere del popolo ed anche la ricompensa del popolo.
Questa è diventata la definizione classica di democrazia.
Ovviamente parliamo di definizione, di teoria pechè poi all'atto pratico le cose cambiano, i partiti politici promettono troppo e solo qualcosa arriva al demos.
Agli esordi della Rivoluzione francese, Jean-Paul Marat scriveva a Camille Desmoulins : " A che serve la libertà politica per chi non ha pane? Serve solo per teorici e politici ambiziosi. "
Desmoulins lo avrebbe scoperto a sue spese, venne ghigliottinato.
Che la libertà non dia il pane è vero che non interessi chi ha fame altrettanto vero anche se la libertà consente che il pane sia reclamato ma se il pane diventa tutto per chi non lo ha, diventa il nulla o quasi appena c'è o per coloro che se lo possono permettere.
Chi rinunzia alla libertà in cambio di pane è soltanto uno stupido.
Se la libertà non dà il pane é ancora più vero che non la dà la mancanza di libertà.
Come clamorosamente ha fatto, sbagliando col calcolo dell'uguaglianza e della Normocrazia il " Marxismo" e cioè il comunismo che ha inflitto a un miliardo e mezzo di esseri umani privazioni, sofferenze e crudeltà del tutto inutili....Ignorando e contrastando la Plurocrazia, il Pluralismo di uomini, idee ed eccellenze a vantaggio della comunità.
Il problema di " Libertà Politica "  é di Ingegneria Costituzionale non certo un problema di eguaglianza materiale, soprattutto oggi più che mai Art. 1: L' Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.
E' realmente così oggi ? Con la mancanza di lavoro, le imprese che chiudono, gli imprenditori che si suicidano, i giovani che oggi più che mai rimangono a casa inattivi e che non possono aprire da loro un'attività per la mole di vincoli che sopprimono la crescita.
Allora forse : L' Italia é una Repubblica fondata sulla burocrazia.
Più realistico con la realtà odierna.
Occorre porre ingegneria ingegneria sociale e del lavoro a sostegno del cittadino.

W l' Italia                W gli Italiani che resistono        

ATTILA PICCOLO


giovedì 19 giugno 2014

COMUNICARE E' UN PERCORSO DI ANDATA E RITORNO

di Attila Piccolo
" Di che lagrime gronda e di che sangue la scrittura " ( U. FOSCOLO )
Non é inopportuna la metafora " sangue " perchè lo scrivere è un atto di suzione del sangue non certo di quello che scorre nelle vene ma quello che scorre nelle arterie della Vita, del Sogno, della Fantasia, dell'Immaginario.
Chi scrive è un vampiro, assetato di sangue di ciò che è " altro da sè " ma che poi finisce per incorporare. Inutile dire che lo scrivente o scrittore è un vampiro buono, cioè che non uccide.
Anzi dà a sua volta  " linfa e sangue " alla vittima della sua aggressione, consumabile in ogni ora ed in ogni luogo anche in facebook.                                                                    
Anche questa citazione si addice al contesto:
 " Così fredda, così dura, così prosciugata, così totalmente disanimata..." (G. Ungaretti )
 Medesime conclusioni come sopra...
Ogni " fare" acquista un senso in quanto si tramuta in un "dire" in un "significare"  o forse anche soltanto in un  "alludere".
Naturalmente vi é una comunicazione "semplice e quotidiana" che é quella a cui noi tutti ricorriamo in ogni istante nella grande e nella piccola storia di esseri umani.
E ve n'é un' altra, più complessa e sfuggente, quella che c'interessa ora in questa sede che è la comunicazione scritta.
Grande mistero quest'ultimo e di non facile esegesi, visti i risultati alla lettera quotidianamente...proviamo a scandagliare.

 Comunicare che deriva dal latino  "communis"  che significa  "comune", vuol dire  "rendere comune un'informazione"  metterla in comune con gli altri, un rapporto tra soggetti .
 Io posso trasmettere a chiunque un certo messaggio ma non sono sicuro che quel messaggio sia stato ricevuto o ancor di più capito .
 La trasmissione può rivelarsi inutile ed infruttuosa, la comunicazione comporta un rapporto fra tutti i soggetti che la rendono possibile perchè nella comunicazione non pesa tanto la relazione con il reale quanto la relazione tra emittente e ricevente in rapporto al reale.
" In sostanza, i soggetti che comunicano mettono in comune una determinata visione del mondo; attraverso la comunicazione il mondo acquista significato, tanti significati possibili quante sono le comunicazioni possibili." (G. Arena)
Dal momento quindi che la comunicazione si occupa di significati e non di dati, come è tipico invece dell'informazione, è evidente che la possibilità di toccare dimensioni non razionali...ed é accaduto ieri sera...di sollecitare l'emotività, di irrompere nel soggettivo è implicita nel processo del comunicare.
" Il mondo è una mia rappresentazione" ecco una verità valida per ogni essere vivente e pensante (A.Schopenhauer )
" Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione." (P. Watzlawick )
Scrive al riguardo Antony De Mello " I sentimenti negativi sono dentro di Voi non nella realtà..quando Voi cambiate, tutto cambia."
Una breve storia sulla comunicazione...
" Alcuni tagliatori di marmo sono intenti a svolgere il loro compito : tagliare il marmo della cava in blocchi.
Un tale si accosta e rivolgendosi ad uno di loro, chiede che cosa stia facendo.
 Quello, piuttosto seccato, risponde. risponde " sto tagliando dei blocchi di marmo".
 Accostandosi a un altro e formulando la stessa domanda, riceve quest'altra risposta: sto facendo la mia parte nella costruzione di una grande cattedrale".
Occorre creare una visione, trasferirla, significa, suggerisce la storiella, attribuire un senso agli sforzi dell'oggi, fornire una chiave di lettura all'azione cui la meta dà significato.
" L' uomo ha bisogno di tensione e soprattutto ha bisogno e gli è benefica quella tensione che si stabilisce nel campo di forza polare fra sè e uno scopo che si prefigge, un compito che si sceglie, oppure per dirla come Karl Jaspers:  " Una cosa che egli fa sua ".
La mappa non è il territorio, la mappa di ogni individuo è formata dalle rappresentazioni sensoriali personali, la mappa di un individuo struttura, condiziona la sua esperienza nel mondo, nella vita, la mappa quindi non è il territorio (la mappa del bosco non è il bosco).
 Qui a partire dalla storiella del marmo stiamo facendo P.N.L.

  Perchè la P.N.L. parte non dalla realtà ma dagli esempi per insegnare e trasferire l'eccellenza per il conseguimento degli obiettivi, facendo  "esperienza "  e capitalizzando il positivo ed il negativo...allenando le proprie abilità personali sino a farle diventare automatiche esattamente come accade nell'apprendimento e nella pratica delle arti marziali, chi le svolge è già allineato su queste dinamiche di P. N. L.
Pertanto nella P.N.L. per conseguire l'eccellenza ed il raggiugimento degli obiettivi, occorre osservazione fisiologica delle persone nella comunicazione ed esercizio, tanto esercizio come nelle arti marziali.
La  critica deve avere un valore ermeneutico  non  "metasememi" con figure di significato tendenti ad uno spostamento di senso, nè  significati di "metalogismi" con figure di pensiero o operazioni che  modificano il significato  di una dittologia in " ironia o paradosso" , inoltre avere  un ancoraggio di stati d'animo produttivi, il processo d'ancoraggio é designato ad associare uno stimolo ad una particolare esperienza, arrivando allo stato d'animo che c'interessa ancorare attraverso il richiamo di un'esperienza personale  già sperimentata in maniera forte, la mia personale ed altro non avere  che " in nuce" cioè  " in germe " un meccanismo per raggiungere l'eccellenza !!!

" Sono in Noi il bene e il male e che la possibilità di agirli entrambi pertiene soltanto al nostro libero arbitrio."  (Aldo Carotenuto- giornalista de Il Messaggero in un articolo del 20 LUGLIO 2004 :
" Un simbolo delle nostre penombre" che si avvale di un "approccio psicoanalitico" per cercare di capire quali meccanismi inconsci scattino dinanzi a casi che Freud  inserisce nella categoria del "perturbante" non per desiderio di verità bensì per padroneggiare, il "vedere" (meccanismo tipico della nostra psiche)  "ciò che più ci spaventa" e cioè che all'improvviso ognuno di Noi può scoprirsi totalmente "altro" da sè stesso...

Allora dobbiamo prendere in esame la parola "struttura" che deriva dal sostantivo latino "structura"  che significa "costruzione" e "ordinamento" , dal verbo latino "struo"  "costruire".
Essa, la struttura, scrive Lévi-Strauss indica "un sistema, retto da una coesione interna che si rivela nello studio delle trasformazioni, grazie alle quali si ritrovano proprietà similari in sistemi apparentemente diversi" da (Elogio dell'antropologia).
Per individuare una struttura, é necessario procedere ad un' operazione di semplificazione, come sostiene Umberto Eco che propone un esempio chiaro ed illuminante:
 " Posso ridurre il corpo umano ad una rete di rapporti che identifico nello scheletro e dare allo scheletro una presentazione graficamente semplificata.
 Ho individuato così una struttura comune a più esseri umani, un sistema di relazioni, di posizioni e di diifferenze tra  elementi discreti, rappresentabili in linee di diversa lunghezza e posizione ".
 E la cultura o visione del mondo o Weltanscaung o ideologia é l'insieme delle valutazioni che il soggetto o i gruppi danno, di tutti gli aspetti della vita (politico-sociali, economici, religiosi, filosofici, esistenziali).
Tutti hanno una personale visione del mondo anche coloro che sostengono di non averne nessuna, ne hanno sempre una: quella di non aver nessuna concezione del mondo.
Quindi esiste il problema della "circolarità" che può essere messa in discussione da un' egemonia di una o più persone che impedisce lo scambio e l'influenza reciproca fra "cultura ufficiale" e "altra cultura".
Nell'ambito di una prospettiva semiologica, risulta interessante e problematica la "circolarità" proprio al di là delle piatte convenzioni e dei luoghi comuni perchè consente di candidare il linguaggio scritto a interprete profondo degli eventi intorno a Noi, del nostro tempo ed a  modello di approccio perennemente dinamico al di là delle piatte convenzioni e dei luoghi comuni....

In questo modo la scrittura recupera il suo nobile significato etimologico : il verbo " scribere" deriva dall'indoeuropeo " sker" che significa appunto "incidere e raschiare" stesso significato dal greco  "gràphein" dalla radice "gerph".
 Quindi lo scrivente o lo scrittore per ciò che ti riguarda visto che lo sei e pubblichi del libri, incide, colpendo al cuore con una furia distruttiva che lascia morte spesso e lascia molte delle convenzioni semantiche cristallizzate, reinventando un nuovo codice specifico che é poi quello che gli scittori chiamano  " idioletto" .
"Gli uomini sono agitati e turbati non dalle cose ma dalle opinioni che essi hanno delle cose" (Epitteto-filosofo greco)
"Abitùati ad ascoltare attentamente ciò che gli altri dicono e cerca di penetrare il più possibile nell'animo di chi ti parla" (Marco Aurelio).
"L' eloquenza è una pittura del pensiero". (Blaise Pascal).
"Historia magistra vitae".

                                                                         ATTILA PICCOLO

giovedì 29 maggio 2014

TOLLERANZA E RISPETTO

Piazza del Dissenso in facebook : https://www.facebook.com/groups/piazzadeldissenso/?fref=ts
dove si parla anche di  Multiculturalismo perchè di questo si tratta quando si parla di avvio di un processo d'invasione di altri popoli con altre culture e religioni, ebbene questo scottante problema sociale  in questa Piazza diviene oggetto di dinamiche discussioni e di confronti accesi ed interessanti.
Ma il multiculturalismo oggi è inserito in una teoria che afferma che esso  sia la prosecuzione, l'ampliamento ed il superamento del pluralismo.
Niente di più falso.
Il multiculturalsimo è la negazione ed il rovesciamento del pluralismo.

Si è già visto come il pluralismo trovi le sue origini nella tolleranza, un principio che si fonda su tre criteri:
1) Rifiuto di ogni dogma e di ogni verità unica, cioè, io devo sempre argomentare, dare ragioni per sostenere quel che sostengo.
2) Rispetto del cosidetto harm principale.
Harm vuol dire " farmi male", " farmi danno" .
Il principio è allora che la tolleranza non comporta e non deve accettare che un altro, cioè un immigrato,  mi danneggi in quanto cittadino italiano ma anche viceversa s'intende in un clima di legalità diffusa, ovviamente.iL criterio della reciprocità.
3) Il criterio della reciprocità.
Se io concedo a te, tu devi concedere a me : do ut des.
Se non c'è reciprocità, allora il rapporto non è di tolleranza.
Se tu immigrato non ti adegui alla legislazione cioè il complesso delle leggi italiane con tutto ciò che ne consegue, io allora non ti tollero.
Da questi tre principi scaturisce che così come la tolleranza è il rifiuto di ogni dogma religioso, statale, il pluralismo è il rifiuto di ogni potere monocratico ed uniformante.

Il dissenso arma di potere, di confronto, di libertà dei popoli.
La città antica temeva il dissenso.
La città moderna, invece, pregia il dissenso e lo civilizza e lo modera, lo trasforma in un lievito benefico ma anche in una discordia che si traforma, però alla fine in concordia.
Concordia discors:  la buona città del pluralsimo punta, allora, su una diversità che produce integrazione non disintegrazione come pare di assistere in Italia da alcuni mesi.
Il multiculturalsimo batte invece la via opposta.
Invece di promuovere una "diversità integrata"  promuove l'identità "separata" di ogni gruppo etnico e spesso la crea, la inventa anche e la fomenta...
Il risultato è una società italiana a compartimenti stagni ed anche ostili con gruppi etnici molto identificati in se stessi e quindi non hanno nè il desiderio nè la capacità d'integrazione.
Il multiculturalismo quindi non supera il pluralismo, ma lo distrugge.

E in un' Italia segnata da "prepotenze in alto e servilismo in basso", dove abbiamo astuzia come arte suprema di governo e furberia come povera arte di sopravvivere perchè diversamente c'è la morte reale.
 Il grande intrigo, il primo ed il piccolo sotterfugio, il secondo, allora, convivono, sulla pelle, sulle spalle, sulla vita degli italiani e sulla vita degli immigrati quelli in fondo al mediterraneo.
Il dissenso và accettato !
Dissenso a questa politica multiculturalista ed appogio ad una politica pluralista.
Eviteremo morti d'italiani e morti d'immigrati.
ti.


martedì 8 aprile 2014

GLI INDEPENDENTISTI DI UN VENETO: GIGANTE ECONOMICO E NANO POLITICO


La lettura di quanto di segùito, dovrebbe indurre ad una presa d' "atto di coscienza".
Mia nonna di Bassano del Grappa Gemma Pettirossi, arrivò in Puglia con suo padre, il mio bisnonno Gaetano Pettirossi Alto Ispettore del Governo, inviati dal Governo Centrale per avviare la coltivazione del tabacco nel Salento, mia nonna con nonno austriaco dal cognome Schwartz, le donne venete, donne bellissime e la loro cadenza un suono sublime, scrivo questo per addolcire la crudezza e la durezza di quanto si leggerà di qui a poco...

Mi sono astenuto per ora, dal citare le innumerevoli nefandezze compiute dalla Lega sul suolo e sul sangue dei veneti
Pensare che nel 2010 il sorpasso della Lega sul Pdl era stato accolto come un terremoto: l'annientamento di un "sistema di potere" con un controllo totale di poche persone in vigore da quindici anni.

Prendiamo ad esempio la Sanità: per farla funzionare nel Veneto occorrono 7 miliardi l'anno, più di due terzi del bilancio regionale.
A decidere come spenderli, dove ed a beneficio di chi, sono 23 direttori generali delle Unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere, nominati dal presidente della Regione.
Galan ha riempito il Veneto di nuovi ospedali in project financing, cioè con denari privati che si rifanno con concessioni decennali.
Nelle opere pubbliche venete s'incontrano sempre lo studio di progettazione Altieri, la Mantovani Costruzioni e la Gemmo Impianti, queste tre ditte vincono sempre appalti milionari, spesso in cordata con le cooperative a quote minime.
E' un " giro stretto " che funziona a tenaglia, garantendosi gli appalti anche quando fa offerte meno vantaggiose dei concorrenti, chi è fuori da questa cerchia, rischia di non lavorare più, perchè gli appalti hanno scadenze di 9 anni, rinnovabili di altri nove.
Un'armata diventata invincibile adottando la formula del project financing a partire dal nuovo Ospedale all'Angelo di Mestre e della Banca degli Occhi, un affare da 254,7 milioni di euro, di cui 134,6 di contributo pubblico e 120,1 anticipati dai privati.
Da qui il project dilaga, al ministro Corrado Passera, nel governo Monti, l'assessore Renato Chisso, parla d'investimenti in campo per 11 milioni e 800 milioni di risorse private a fronte di un intervento pubblico di 1 miliardo di euro, meno del 10 per cento del valore totale.
La sanità veneta, pertanto che viene presentata, come una delle migliori d'Italia è invece piena di ospedali colabrodo da rottamare e sostituire con complessi nuovi di zecca, tutti in project financing.
Costa 80 milioni di euro all'anno assicurare gli ospedali del Veneto per la rsponsabilità civile, il rimborso medio delle compagnie si aggira sui 25 milioni di euro, il resto è tutto ricavo, tutta questa imponente masa di denaro viene dirottata a destinazione di un solo broker, scelto come unico consulente da tutte le Usl del Veneto senza una gara, una situazione che è espressamente vietata dall'Antitrust.
Il broker si chiama Assidoge, piccola compagnia a responsabilità limitata di Mirano, capitale sociale di 10.000 euro, molto ben introdotta a Venezia, trasparenza zero, le condizioni di polizza non sono accessibili perchè vengono negoziate a trattativa privata.
Il compenso del broker, contrariamente ad esempio del Friuli Venezia Giulia, pari all'1 per cento del premio, risulta nel Veneto tra il 10 ed il 14 per cento, se confermato, ben dieci milioni di euro del bilancio regionale vanno ed andavano ogni anno al broker...Sic !
Il sistema Assiodoge è stato avviato con l'assessorato alla sanità di Gava dal 2000.
Luca Zaia ha portato al governo il fastidio mai nascosto della Lega per lo spazio lasciato ai privati.
Anni dopo non è successo niente, anzi è stato costretto ad ammettere che tutti i project sono stati blindati.

Il 5 aprile 2012 alle 16,30 in via Bellerio, si dimette Bossi, il Capo di un Movimento che si riteneva al di sopra di ogni sospetto...
Travolto per lo scandalo dei rimborsi elettorali che coinvolge tutta la sua famiglia e mette a nudo la Lega:
- Appropriazione indebita
- Truffa aggravata
- Truffa ai danni dello Stato
- Riciclaggio
- The Family
-Decine di milioni attinti dai rimborsi elettorali per il partito e gli investimenti all'estero
Eppure lo scandalo leghista non porta alla luce solo la corte famelica e spregiudicata che circondavai l Senatùr, c'è Bruno Caparini, imprenditore lombardo di Ponte di Legno, presidente del comitato risparmiatori di Credieuronord, la banca della Lega fondata nel 1998 e fallita nel 2006, lasciando un buco di 13 milioni di euro e 3.330 correntisti sul lastrico, leghisti efficienti, onesti, ma quando mai?...
Il villaggio leghista di Punta Salvatore, in Istria, dove Bossi e i suoi cari avevano puntato per un investimento da clan politico-familiare, finito invece a quarantotto.
La Lega tra l'altro spreme all'odiato Stato Italiano un capitale da Roma dal 1989 al 2010 pari a : 168.561.690 milioni di euro.
Crolla il mito del Senatùr nella settimana santa di Pasqua, una coincidenza simbolica comica per uno che aveva costruito la fidelizzazione del Movimento sui riti celtici con le croci...
Ma ancora più beffardo il fatto che ad inquisire il Capo della Lega Nord fossero state due procure del Sud.
Sburgiadato e costretto alle dimissioni dai mgistrati di Napoli e Reggio Calabria, oltre che da Milano.
Risultato? La Padania seppellita.
Vent'anni di slogan, insulti razzisti, intimidazioni, minacce , depredazioni di fiorenti aziende meridionali deportate al Nord per puro interesse e ladrocinio, restituiti con gli interessi.
Non entro nel merito delle indagini e delle accuse su di lui, la moglie, i figli, pur avendone gli stralci ma i soldi sono soltanto pubblici e per quanto affidati ad un partito, escono sempre dalle tasche dei contribuenti italiani, settentrionali come meridionali: " Senatùr...te capì " ?

E' una sveglia soprattutto al Veneto, serbatoio di voti leghisti immobilizzati da sempre nel ruolo di ruota di scorta del Carroccio, lo dico agli indipendentisti veneti che traggono origine dalla Lega Nord e sue diramazioni.
Quindi, come è possibile che un " sistema di potere" a denominazione d'origine controllata e garantita da 15 anni di radicamento sparisca nello spazio di un pomeriggio, senza neanche aspettare il risultato elettorale?
I motivi ci sono ed in rapida successione elencati qui nella lettura a seguire.

Ma il Veneto ha una lunga storia su questi fronti , come quando furono scalzati da Tangentopoli " i Dogi " Bernini e De Michelis.
" Prima il Veneto"
Luca Zaia lancia lo slogan "Prima il Veneto"
.Questo slogan ricadrà sulle teste di veneti, nell'alluvione del novembre 2010, quando Zaia andrà a batter cassa dal governo, portando a casa 300 milioni e tutta l'Italia accuserà il Veneto di pretendere "solidarietà senza darla" .
E nessuno fa caso che Zaia ha copiato lo slgan lanciato da Fitto nella campagna elettorale regionale del 2005
" La Puglia prima di tutto ", la lista civica che porta l'ex ministro a vincere le lezioni regionali.
Anche qui il Veneto non è affatto il primo...
Intanto in campagna elettorale di Zaia nel Veneto, il sindaco di Treviso Gentilini " el scerifo" ed il suo successore Gian Paolo Gobbo con le dita alzate a V che urlano " Veneto libero ! ".
Sarebbe bello sapere da chi, visto che la Lega già comandava sia a Venezia che a Roma....

Ma è anche vero che l'intera classe dirigente veneta, prende ordini da fuori a partire dai Leghisti indigeni veneti, poi il centrosinistra con la Rosy Bindi che sbarra il passo a Tina Anselmi per gelosia mandando alla deriva tutto il centro-sinistra veneto, Alleanza Nazionale dei Giorgetti, dei Zanon, gli stessi "Independentisti", si dico bene, quale, tal Sergio Belato a prendere ordini da La Russa, Gasparri, Alemanno, Storace, Matteoli in nome del "nume tutelare" Gianfranco Fini. Ccd e Cdu che si riferiscono a Casini e Buttiglione.
Indipendentisti? Che prendono da Roma?
Cos'è quindi la classe politica veneta?
E' una classe di pendolari verso Roma e verso Milano con un ruolo subalterno anche della classe imprenditoriale, incapace di un efficace rappresentanza nazionale, il declino è sotto gli occhi di tutti, perchè il Veneto di Bernini e De MIchelis era molto più autonomo di quello di Galan e Zaia e lo stesso Presidente di Regione Galan concede i finanziamenti europei solo agli amici...
Ciò non toglie che gli anni di Galan siano stati quelli del Veneto " Locomotiva d' Italia" ma perchè il ruolo crescente dell'economia non ha trovato analogie in quello della politica?
Il motivo è che mentre l'economia veneta acquistava autorevolezza e si differenziava dal sistema Italia, la politica veneta e dei veneti ne perpetuava vizi e carenze a cominciare da quelle amministrative burocratiche.
Accade paradossalmente che la sedicente crema dell'imprenditoria veneta va a dire al capo del governo di centrodestra che il centrosinistra è più affidabile della Lega sua alleata, più in linea con i programmi di sviluppo, oltre che con il business, culturalmente più omologo perchè condivide lo stesso approccio ai problemi cosa che non fanno i leghisti veneti. Le prove?
La Lega osteggia il Passante di Mestre perchè preferiva il tunnel non voleva il rigassificatore adriatico che ha appena inaugurato e non vuole neanche la riconversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle.
" La Lega cresce perchè è vicina alla gente ma la gente ragiona con la pancia, ha l'orizzonte basso: noi imprenditori abbiamo bisogno di politiche di medio termine che la Lega non è capace di fornire".
Dicono gli imprenditori a Berlusconi.
Di più, il Veneto è la prima volta che ha tre ministri nel governo, chi li ha mai visti sul territorio?
I tre ministri sono Galan, Sacconi e Brunetta.
I veneti si domandano: perchè?
Il sindaco di Albignasego, Massimiliano Barison, scrive a 70 parlamentari veneti per i problemi delle scuole, gli rispondono solo in due...

Grande responsabilità ha la Lega in questo, la Lega che ha preso il posto della Dc ma somiglia molto più al Pci.
La Lega è il grande partito proletario, delle costicine e salsicce alle sagre di paese, del governo locale e dell'opposizione nazionale ma al governo!
Come mai? Fa opposizione eppure è al Governo?
La fa a sè stessa?
Ma che cosa ci sta a fare un Movimento localista in un governo nazionale?
L'inadeguatezza della Lega a governare da Roma è sempre più evidente.
Se uno è indeguato non è colpa sua.
Come si può pretendere che la Lega, risolva i problemi nazionali, quando conosce solo quelli territoriali?
Un partito che non prende voti da Firenze in giù, può pensare onestamente di governare da Firenze in giù?
Abbiamo scritto onestamente?..Abbiamo visto sopra come...
L'unico ministro leghista non inadeguato è stato Roberto Maroni, ma solo perchè era ministro degli Interni, un ministero ad alta densità meridionale...
Tornando al Veneto anche nella Lega era in totale sudditanza da Milano, i leghisti veneti che non vogliono essere schiavi di Roma, si comportano come servi di Milano.

Mario Carraro, imprenditore padovano, già presidente di Confidustria Veneta in una riunione di Banca Intesa a Treviso con Corrado Passera, disse agli amministarori della Lega: "Voi che avete inventato la Lega non avete ancora capito che siete dominati dai lombardi e l'unico che sa resistere perchè ha il coraggio delle scelte è Tosi?"
Sull'Indipendentismo veneto a onor del vero c'è da rimarcare che se non esiste la Padania esistono i popoli padani, uno dei quali è quello veneto, citato nell'articolo " 2 " dello Statuto Regionale (autogoverno del popolo veneto secondo forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia), approvato nel 1971 dai costituenti regionali, tra i quali il Pci in cui militava Giorgio Napolitano.
" Gli statuti regionali sono recepiti dalla Costituzione come legge dello Stato. Dunque è da 40 anni che il popolo veneto esiste. E non è il solo".

Il 24 marzo ad un convegno Iuav, Università di Venezia, un intervento:
" Ma quale modello veneto! Non c'è mai stato nessun modello in questa regione: solo un caotico sistema di crescita senza nessun disegno. Appena qualche idea, un pò di tecnologia, la manodopera a buon mercato, la famosa svalutazione della lira quando arrivava la stretta....Nel Veneto non c'è mai stata l'idea che ha un valore sociale.
Qui c'è l' egoismo di tenersi l'impresa a costo magari di distruggerla invece di farla vivere". ( Paolo Marzotto, famiglia veneta che ha fatto la storia imprenditoriale e sociale non solo del Veneto ma dell' Italia intera).
Parole che marchiano a fuoco la supposta e mai affermata superiorità veneta.
In quello stesso convegno il prof. Francesco Giavazzi con un esperienza concreta di enti e istituzioni pubbliche e private: " Dieci anni fa si pensava che questa regione, sull'esempio della Baviera, sarebbe diventata leader in Italia.
Non è successo. I due politici di punta del Veneto sono il presidente Giancarlo Galan e l'economista Renato Brunetta, che ha accesso a Palazzo Chigi. Con tutto il rispetto niente a che fare con i Bisaglia".

In Confindustria il Veneto esprime candidati come NIcola Tognana, di statura nettamente provinciale: ha venduto senza neanche accorgersene " Il Gazzettino" ad un costruttore romano come Caltagirone.
Gli imprenditori del Veneto più importanti, tipo Benetton sono sudditi di Roma: basta che il Cipe, che dipende dal governo, manovri le tariffe autostradali e i profitti di Benetton vanno su o giù. Avevano l' Antonveneta, se va bene resterà agli olandesi, se va male diventerà una succursale della Banca di Lodi". (E' andata invece a Montepaschi e una fetta del Veneto è in provincia di Siena. Il grosso della finanza, invece, è andato in provincia di MIlano e di Torino).
Manca una visione d'insieme, diceva Giavazzi, e la volontà di giocare una partita nazioanle, come accade invece in Baviera":
Avete compreso, inpendentisti e veneti?
Non fate leadership non riuscite a fare la locomotiva d'Italia a stringere cooperazioni ed alleanze con tutte le Regioni d'Italia, è il vostro handicap !

Lo strano caso di una regione che non riesce a decifrare se stessa ed ancor meno a farsi capire dal resto d'Italia.
Il Veneto ha università con un grande passato che non fabbricano classi dirigenti.
Ha classi dirigenti che dichiarano e non dirigono.
Ha imprenditori famosi in tutto il mondo, sperimentati nei mercati globali ma privi di leadership in casa loro.
L'evasione fiscale è una prerogativa dei soli veneti a danno del resto d'Italia.
Gli imprenditori di vertice, sono in dannazione e dicono: " Non pagando le tasse i padroncini del Nordest si sono arricchiti, ma restano arroganti e soprattutto ignoranti perchè è noto abbandonano la scuola prima del tempo.
Sono senza istruzione e pieni "de schèi " .
La polizia stradale che revoca la patente per eccesso di tasso alcolico ad automobilisti veneti il primo giorno dell' anno è la dimostrazione che i veneti sono ubriaconi non che i controlli il primo dell'anno vengano fatti solo in Veneto e non nel resto d'Italia".
I veneti sono piagnucoloni.
Settimo Gottardo, il sindaco di Padova non ha dubbi: "Altro che fine dei luoghi comuni, siamo messi malissimo. Arroganti, evasori, superbi, ignoranti, questo siamo noi veneti...
E' una sofferenza culturale che non ci meritiamo".
Ma negli imprenditori e sociologi veneti c'è una risposta atutto questo è : l 'invidia.
Una regione passata in quarant'anni da un 'economia di sussistenza al benessere tra i più alti d' Europa non possono dire che è avvenuto con la mafia, i veneti hanno fatto tutto da soli, questo ha generato l'invidia e dall'invidia, l'ostilità dichiarata. I veneti si chiudono nel loro orticello e l'incomprensione italiana aumenta.
Il movimento dei sindaci sprigiona energie ma non leadership, fa opinione ma non classe dirigente che superi le mura cittadine e si ponga come riferimento regionale.
Non riescono a fare leadership sulle altre Regioni italiane a trovare alleati negli altri italiani e quindi ad essere forti, è tutto qui.

Da fuori il Veneto viene percepito come un tutto unico, diviso in sette province, invece nulla di più sbagliato non solo perchè le province scompariranno ma perchè le divisioni sono altre, molto più profonde e trasversali: Padova, Vicenza, Verona è un blocco simile per tessuto industriale e cultura universitaria anche autonomista e rivoluzionaria; Rovigo per i braccianti dà luogo ad un socialismo massimalista e comunista ed ha uno sviluppo assistito ed a Belluno rientrano gli stagionali dall'Austria e Germania in contatto con l'organizzazione socialdemocratica tedesca e sono socialisti riformisti moderati; Venezia, vive di corporazioni che fanno veti e li esercitano in continuazione e lucra spaventosamente sul turismo, il paradiso dei super-ricchi, impossibile da amministrare per i sindaci; Mestre è la città-fallimento della grande industria, da bonificare e riconvertire, legata a Venezia da un cordone ombelicale, contro il quale sono stati avviati ben quattro referendum secessionisti....( è una manìa...).
Il Veneto è molto meno unito di quanto faccia pensare con matrici culturali-sociali molto differenti e questo è il suo limite vero.

Pietro Marzotto dice: " In quarant'anni lo sviluppo del Veneto è stato veloce e profondo ma i piani regolatori delle città sono borghi che fanno schifo, aree industriali moltiplicate ed inadeguate.
Dopo Tangentopoli la corruzione non è diminuita, l'efficienza dell'apparato diminuita".
E' diventata: "Tangentopoli, polenta e osèi"

Gianfranco Bettin, vicesindaco di Venezia, rincara la dose: " La classe politica veneta, lascia fare, perchè non ha idee. Non è dirigista perchè non è di sinistra, non ha le idde politiche di governo con un centro forte che orienta.
Il blocco è sempre stato quello: si fonda sull'idea che il Veneto non ha bisogno di essere governato perchè le forze di cui è dotato chiedono solo di sprigionarsi".

L'anomalia del veneto è impressionante, i veneti sono legati al territorio, basta guardare il numero e la sofferenza dei suicidi, la stretta della crisi, la strozzatura deò credito operata dalle banche, i pagamenti di forniture e servizi rinviati sine die, l' avvitamento dei debiti, la mancanza di prospettive, le aziende che saltano in continuazione, è la prima regione per numero di suicidi, in questo il Veneto primeggia sulle altre regioni italiane, purtroppo.

Il Veneto non solo non ha alcuna supremazia politica, anzi tutt'altro ma neanche finanziaria-economica, nessun imprenditore veneto ad esclusione di Pietro Marzotto sopracitato, ha mai ricoperto ruoli d'importanza nazionale, nessun veneto ha mai sfondato negli ambienti economici che contano.

Il Veneto è debole perchè è debole culturalmente, se si presentasse come Triveneto, una macroregione avrebbe un reddito superiore alla regione tedesca Ruhr, sarebbe una delle prime quattro regioni europee, col Triveneto, elimini i privilegi, esci dall'isolamento, dal rapporto rancoroso con le regioni a statuto speciale.
Al Veneto non sono state rubate le banche, le ha perdute perchè quelli che le avevano non erano capaci di gestirle.
Il Veneto è terra di lavoratori, di forti risparmiatori ma non d'imprenditori in campo finanziario, non sono mai stati imprenditori finanziari: i soldi se li tenevano, si facevano la seconda famiglia, magari la terza, le vacanze, la villa ma non hanno mai pensato che i soldi sono un elemento della produzione. Sono vecchi poveri diventati ricchi che mettono da parte il denaro, manovale della finanza perchè non lo investono nè comprano azioni delle banche non c'è un veneto in posizioni d'importanza nelle banche tranne Ennio Doris ma la banca Mediolanum è la sua.
La maggioranza politica di questa regione è sempre stata schierata con il centro-destra.
A un veneto la parola sinistra evoca l'espropriazione della terra ai contadini.
Nel Veneto prevale la piccola proprietà, escluse poche zone di latifondo e per i contadini che già erano morti di fame, l'idea di perdere anche la terra diventava un incubo.
I socialisti ed i comunisti erano ritenuti estranei alla cultura ed alla sensibiltà veneta.

Quello che disturba di più i veneti è la manifesta volontà di mascherare la gravità delle situazioni locali nascondendole sotto le medie nazionali.
Lo stesso ex parlamentare leghista ed ex sindaco di Oderzo, Bepi Covre, dice:
Facciamo la politica dello struzzo, non vogliamo renderci conto della realtà..."

L'autocritica più feroce è quella di Mario Carraro, presidente di Confindustria dal 1994 al 1996: " Le garndi famiglie imprenditoriali che hanno segnato il successo di questa regione non son un riferimento nazionale per i veneti...
Premetto che io non sono mai stato capace di distinguere il Veneto dal'Italia. Per quante distinzioni facciamo, restiamo sempre in Italia e la mentalità italiana non è, che so, come quella degli Stati Uniti, dove finisci in galera se evadi il fisco. A noi manca un popolo che si senta nazione prima di sentirsi individualità.
Da noi questo non c'è, forse non c'è mai stato".

Innocenzo Cipolletta, economista e manager, dice :" Bisogna riflettere sul fatto che se siamo stati in grado di raggiungere certi risultati individuali, dobbiamo anche restituire al Paese qualcosa, in termini di progetti, di impegno e di comportamenti, perchè " almeno" un pizzico di quanto abbiamo realizzato dipende anche dal'ambiente in cui siamo visuti e dalla storia civile che è stata accumulata prima di noi: in altre parole, dipende dal troppo bistrattato Paese infelice in cui viviamo. D'altra parte, gente felice in un Paese infelice non resiste a lungo, sicchè, se vogliamo preservare i risultati che individualmente abbiamo raggiunto, è bene che ci adoperiamo perchè anche il Paese " se la cavi ".
Eppure il Veneto conserva ancora grandi risorse.
I famosi giacimenti culturali non sfruttati.
Le università che non fanno rete. Il turismo che ha tutti gli ordini di offerta, ma è disarticolato.
Un territorio bellissimo e vario, che era già consumato nel 1978, quando Andrea Zanonato dichiarava in una famosa intervista " siamo passati dai campi di sterminio allo sterminio dei campi"....
Il Veneto è soprattuto la regione con il più alto rapporto tra abitanti e numero di imprese.
La locomotiva di un Italia che non tira più, messa in ginocchio dallo spread...

E' inevitabile chiedersi se nel Veneto è in corso un vero sorpasso, oppure, come succedeva nel film di Dino Risi con Vittorio Gassman Jean -Louis Trintignant, il sorpasso è già fuori strada....
Lì c'era un morto, era una tragedia, qui potrebbe essere una commedia: un sorpasso camaleontico, i vecchi padroni che saltano nel nuovo corso, cambiare tutto per non cambiare niente.
Sergio Romano, scrittore, giornalista, diplomatico, ex ambasciatore d'Italia a Mosca, sul Corriere della Sera, traccia una spietata analisi del Veneto : " forza economica ma nano politico".
Quando il figlio è entrato nella Lega, suo padre comunista con la tessera dl partito sempre in tasca e la foto di Enrico Berlinguer, sopra la credenza, l'ha apostrofato: " Ti te si come i fasisti. I fasisti l'ha fat compagno de ti, la marcia su Roma xe nata così"
" Ma no papà, non l'è così, noialtri volemo fare uno Stato novo, federalista"
" Voialtri voì fare uno Stato novo? Ma se ghemo fato fadiga a farlo noialtri che ghemo fato na guera, adesso rivè voialtri e voì fare uno Stato novo daea sera aea matina?!"
" Ma noialtri vogliamo cambiarlo con la cabina elettorale"
" Ma cossa dito, mona, le rivolussion se fa col mitra e Tanko. Mona ! "...
Ed eccoci al " collo di bottiglia " : l'Indipendentismo e quello Veneto nella fattispecie deve fare i conti con la Costituzione italiana :
Art. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

E' il collo della bottiglia o la canna del gas?

Sempre una fine, sempre un termine si configura e nessuna via d'uscita se non la collaborazione con gli altri italiani che non piagnucolano pur soffrendo ugualmente se non di più.

Attila Piccolo

mercoledì 19 marzo 2014

P' Ossessione di Rosanna Marani

Una delizia dell'animo, questo libro.
Da avere da p'ossedere ed assaporarlo in religiosa riflessione dopo una lettura avvincente
che fa percepire stati d'animo,
stati dell'essere a te sconosciuti a volte irraggiungibili
con questa intensità.
Pubblico solo una poesia,
leggendola,
pare di viverla e in una traslazione dopo averla letta una prima volta,
 rileggendola più in fretta una seconda,
 una terza
 ed ancora più volte...
provare ad immaginare cosa voglia dire, essere balbuziente... e la sua allegria d'esserlo...
Grande Proèsia...
Grazie Rosanna
 Attila Piccolo